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Ore 16.31.57
Giorno
07/06/07
Somma Lombardo – Una cascina operaia divenuta comunità per portatori di handicap
La fabbrica della dignità
produce marmellate a Maddalena

arco1.jpg (17309 byte)Quando il camioncino ritorna dal mercato del giovedì, carico di conserve, marmellate, frutta sotto grappa, l’educatore e il ragazzo al suo fianco sorridono. Sorridono e non si fermano a guardare intorno, escono dal furgone, scaricano, indugiano solo un attimo, per dare un’ultima occhiata alla mercanzia. Nel refettorio gli altri ospiti stanno per incominciare il pranzo.

E’ giovedì, a Somma Lombardo il mercato é stato affollato e caldo, in questa mattina di estate anticipata, con il sole a picco sulle teste delle donne affaccendate con le borse della spesa. Fa caldo e non tira vento anche giù in bassa, accanto al canale Villoresi. Due anziani in bicicletta, due ragazzi in costume da bagno si rifanno la tintarella. Il furgone rosso dell’Anffas passa il ponticello di ferro sul canale e imbocca la strada polverosa che scende verso la cascina della comunità. Oggi si chiama sezione Ticino, ospita 16 portatori di handicap dell’associazione Anffas, un’organizzazione che da anni si occupa di disabili.

La splendida cascina di Maddalena, un quadrilatero al centrocortile1.jpg (18129 byte)di un sistema di prati e campi di grano é tirata a lucido e invoglia a prendere il fresco all’ombra del pergolato, a camminare sul ciottolato rosso guardando gli archi e le volte di mattoni a vista ristrutturate con qualche anno di lavoro paziente.

Ieri era un’altra cosa. La cascina di Maddalena nasceva alla metà dell’Ottocento come casa operaia, alloggio per i lavoratori del lanificio Somma, in mezzo alle brume, a due passi dalla fabbrica prigione.

Abbandonata tra le due guerre, quando altre esigenze imposero il villaggio di Maddalena sopra il canale, venne ritirata fuori dal cilindro all’inizio degli anni Ottanta, grazie a un stanza.jpg (18525 byte)gruppo di giovani idealisti, convinti della necessità di lottare per l’integrazione sociale degli emarginati. Convinsero la famiglia proprietaria dello stabile a far sgomberare bestie e fieno, ottennero un comodato gratuito e per due anni, dal 1982 al 1984, divenne un cantiere aperto pieno di giovani. Ragazzi di Somma, di Busto, ma anche tedeschi, inglesi, olandesi, venuti a Maddalena per partecipare ai campi di lavoro che avrebbero dato alla cascina l’aspetto di una comunità. L’internazionale del volontariato lavorava di cazzuola e di malta, intanto arrivavano i primi ospiti: handicap ma anche disagio, in qualunque forma si manifestasse. Un punto di riferimento, una costruzione mischiata con quell’utopismo tipico di un clima culturale maturato negli anni Settanta: cambiamo il mondo, tutto può succedere.

Invece non tutto poteva succedere, ma qualcosa accadde. E siamo nel 1987: discussioni, anche amare, lo spontaneismo svapora, la televisione fa breccia nei neuroni degli italiani, gli slanci volontari non garantiscono più nessuno, occorre mettere radici più solide.

La cascina diventa così una sezione Annfas, fa una scelta inortobio.jpg (19128 byte) direzione del recupero dell’handicap, si conforma agli standard della Regione. Diventa, piano piano, quello che é oggi. "Doveva trovare la sua strada – racconta il responsabile Angelo Nuzzo – e con il tempo si capì che occorreva una professionalità e un progetto preciso".

Oggi, quando il furgoncino rosso entra dal cancello sempre aperto trova un gruppo di 16 portatori di handicap e di 20 lavoratori, tra educatori, ASA e addetti a cucina e lavanderia. I 16 utenti vivono in stanze personalizzate, singole e doppie, passano il giorno impegnati nelle attività della comunità, che bene o male, riproducono un ciclo produttivo a scopo educativo. C’é l’orto biologico, il laboratorio creativo, il laboratorio informatico. Parti di lavoro finalizzate alla principale attività: la produzione alimentare. Le grappe, gli oli aromatici, le conserve. Comprare il vetro, fare le etichette, imbottigliare, preparare la confezione, portarla al mercato, venderla, sentirsi gratificati dal gradimento cliente.

E’ un cerchio che si chiude, che restituisce dignità, direbbe Angelo Nuzzo. "E che permette a ogni persona di rifarsi il proprio ritratto" dice, questa volta sì, proprio lui, Angelo. Ma che significa rifarsi il proprio ritratto? "Il problema é cheelefante.jpg (22456 byte) nessuno può esistere a prescindere di come la gente lo vede. Qui é possibile fare delle esperienze in cui si costruisce qualcosa e ci si dimostra, piano piano, per gradi, che si é in grado di fare. Ai ragazzi viene riconosciuta una nuova capacità, che poi si va a confrontare con l’esterno, per esempio al mercato di Somma, dove una donna che viene a comprare la conserva la prende dalle mani del ragazzo che ci ha lavorato sopra, lo guarda e gli dice che è soddisfatta. Questo é un riconoscimento, vuole dire che anche tra il mondo dei normali tra virgolette, possono valere le competenze acquisite con il lavoro di comunità". Una formula, quella di Maddalena, che sarebbe esportabile anche in altre realtà. Il problema è che le strutture ancora non soddisfano il fabbisogno della provincia. "No, ci sono troppi pochi posti, solo ieri ho dovuto dire no a tre richieste, purtroppo siamo al completo".

Così la cascina continua a vivere, nata a metà dell’Ottocento per essere funzionale a un ciclo produttivo che non doveva finire mai e che faceva male al cuore e alla salute, oggi vive di un ciclo no-profit, "dove ognuno entra a seconda delle sue capacità" dice, quasi senza accorgesene, Angelo Nuzzo.

E infine, uscendo, si nota l’arco e il cancello, sempre aperto.conserve.jpg (22947 byte) "Una nostra scelta, abbiamo voluto dare un segnale di accoglienza. Ma anche perché nel progetto educativo é previsto che i ragazzi imparino a gestire il proprio tempo anche all’esterno, insomma possono uscire, capito, questa non é una prigione. Tutte le proprietà che ci circondano invece sono rigorosamente chiuse. Lo capiamo perché qui si ferma sempre gente a chiedere indicazioni". Già, quando siamo arrivati, abbiamo aspettato dieci minuti prima di entrare, per guardare il panorama e scegliere dove parcheggiare la macchina e nessuno si é scomposto. Altrove avrebbero già chiamato lo sceriffo.

Roberto Rotondo

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