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07/06/07
 
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Libri - L'ex direttore del Museo d'arte moderna e contemporanea di Varese è nelle librerie con un nuovo libro (Neri Pozza Editori)
Gualdoni svela "il trucco dell’avanguardia"

L’arte e lo star sistem. Il mondo dell’arte e l’avanguardia. Innovatori e retrogradi. Dentro questi termini si giocano i nodi dell’arte moderna e contemporanea, in un percorso ormai datato da oltre cent’anni e lungo il quale passatisti e rivoluzionari hanno sempre segnato tappe così come hanno da sempre stabilito prezzi.

(sopra: Flaminio Gualdoni)

Domandarsi però cosa sia arte o cosa non sia, ci suggerisce Flaminio Gualdoni nel suo ultimo libro "Il trucco dell’Avanguardia" Neri Pozza editori, è questione verso la quale non è poi così necessario rispondere. Non soltanto perché è la domanda ad essere fuori luogo, semplicemente perché il cammino dell’avanguardia ha potuto costruire e stabilire un suo preciso percorso. L’avanguardia stessa ha dapprima saputo produrre immagini e poi, via via che ne svanivano le ragioni stesse, si è costituita in mito, sino a diventare essa stessa luogo d’umanizzazione, apparato, promessa d’ogni possibile forma estetica. E nel suo lungo tempo di gestazione e di consolidamento dentro il mondo artistico, superando l’antinomia avanguardia-retroguardia, si è data da sé l’autonomia di auto-promuoversi.

Se all’inizio del secolo passato, ricorda sempre Gualdoni, il Salon dei refusée, nella sua sfida antiborghese, era l’antiaccademia per eccellenza e come tale pativa una sorte d’emarginazione dal mondo borghese suo contemporaneo, con l’andare del tempo, proprio quel mondo "snob e aristocratico" ha permesso alla stessa avanguardia e ai suoi autori d’autoproclamarsi, d’auto promuoversi, di inventare da se stessi le regole di controllo di tutto il ciclo della produzione pittorica.

Della cosiddetta ricerca "antiborghese" è rimasto ben poco. Con lucidità argomentativa Gualdoni affronta l’intero problema e ne smonta vicende e strutture. Mette in evidenza eventi che, in nome di un mondo eccentrico e snob ha saputo costruire manufatti spesso senza alcuna "collisione con il gusto corrente". Nel quale il compromesso mondano per "ottenere una visibilità sufficiente" è stato il filo conduttore di tante operazioni artistiche ma anche per alcuni autori, quello di essersi posti come arbitri dell’artisticità. I Duchamp, i Warhol, i Beyus.

Tanto che Warhol può benissimo affermare che "dopo aver fatto la cosa chiamata arte, o comunque la si voglia chiamare, si è dedicato alla Business Art". Sul piano dei valori estetici e dei meccanismi di mercato, attorno agli anni sessanta, ai tanti musei del contemporaneo sorti, è contestato il ruolo di divulgatori della cultura artistica. Al contrario, è difesa una minoritaria forma estetico-culturale che fa "della propria esclusione un’esclusiva, che da una posizione di minoranza stabilisce cosa sia la maggioranza". Così, tra una dimensione culturale che stava diventando una sorte di Midcult se ne imposta una nuova, forse più snob, appannaggio di pochi e veicolata, tra molti equivoci, dal sorgere di nuove gallerie, di nuovi musei, di nuove fondazioni, da riviste, da collezionisti e critici che "mal sopportano la confusione con la plebe accorsa a comprare poster di Picasso" o a disquisire se ci sia incompatibilità tra un "Derain e i Matisse, da un lato e l’arte minimal, povera e concettuale " dall’altro lato.

L’analisi proposta dal libro sottopone a giudizio almeno tre problemi. Uno legato all’artista stesso, il quale non è "più il ricercatore d’atelier tutto sommato separato dal destino mondano del suo lavoro, ….fa esso stesso parte di una strategia anche linguistica, inoltre …vuole essere soggetto più attivo e strategicamente partecipe". In secondo luogo la natura stessa delle opere, non più soggette al limitante spazio circoscritto dalla cornice del quadro ma al possibile dilatarsi nel luogo stesso in cui accade l’evento espositivo, in cui il Museo stesso, non solo perché luogo, si fa garante dell’artisticità dei prodotti o più semplicemente il Museo diventa "esplicitamente….il luogo di paradigmi culturali". Un terzo problema, dovuto alle difficoltà a gestire i nuovi manufatti del contemporaneo estremo. Certamente l’ambiente "snob" risolve i suoi problemi attraverso musei privati e fondazioni

"congruenti con i protocolli mondani di neomecenatismo", ma pone problemi irrisolvibili al collezionismo chic, a quello imitativo e di seconda istanza, che può accedere a quel mondo solo attraverso documenti e feticci di quelle esperienze (foto, libri d’artista, progetti, video…). Regole che comunque sono "perfettamente nella norma, perfettamente prevedibili, perfettamente inutili: ma di un’inutilità che non suona rifiuto o antagonismo, piuttosto vale quella del merchandising dell’ultima fiera di settore".

Siamo così alla cronaca degli ultimi giorni ci ricorda ancora Gualdoni, in cui persino la critica gioca il suo ruolo semplicemente in termini di controfigura dell’artista campione, dentro una ricerca estetica ormai patrocinata, sponsorizzata, enfatizzata e lontana da una storia reale, che, per dirla con Gian Emilio Simonetti, più volte citato nel testo, ha finito per essere solo uno "strumento di circonvenzione, se non addirittura d’intimidazione del gusto e dell’esperienza individuale".

Con impietosa autocritica e insofferenza verso quel mondo nel quale lo stesso autore si è sempre posto con il suo lavoro di critico, Gualdoni finisce, per paradosso, ad indicare ricette d’avanguardia per nuovi artisti e assessori così come, senza tentennamenti, formula un sotteso auspicio, che lo stesso mondo dell’arte non necessiti più di rappresentazioni celebrative né d’esperienze identificabili ad un solo stile ma che nell’irripetibilità dell’opera l’essenza stessa dell’arte possa essere sempre più ricca di presenze modificanti.

Flaminio Gualdoni
"il trucco dell’avanguardia"
Neri Pozza – I Colibri editori
£. 26.000

Antonio Maria Pecchini

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