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L’arte
e lo star sistem. Il mondo dell’arte e l’avanguardia.
Innovatori e retrogradi. Dentro questi termini si giocano i
nodi dell’arte moderna e contemporanea, in un percorso ormai
datato da oltre cent’anni e lungo il quale passatisti e
rivoluzionari hanno sempre segnato tappe così come hanno da
sempre stabilito prezzi.
(sopra:
Flaminio Gualdoni)
Domandarsi però cosa sia
arte o cosa non sia, ci suggerisce Flaminio Gualdoni nel suo
ultimo libro "Il trucco dell’Avanguardia" Neri
Pozza editori, è questione verso la quale non è poi così
necessario rispondere. Non soltanto perché è la domanda ad
essere fuori luogo, semplicemente perché il cammino dell’avanguardia
ha potuto costruire e stabilire un suo preciso percorso. L’avanguardia
stessa ha dapprima saputo produrre immagini e poi, via via che
ne svanivano le ragioni stesse, si è costituita in mito, sino
a diventare essa stessa luogo d’umanizzazione, apparato,
promessa d’ogni possibile forma estetica. E nel suo lungo
tempo di gestazione e di consolidamento dentro il mondo
artistico, superando l’antinomia avanguardia-retroguardia,
si è data da sé l’autonomia di auto-promuoversi.
Se all’inizio del secolo
passato, ricorda sempre Gualdoni, il Salon dei refusée,
nella sua sfida antiborghese, era l’antiaccademia per
eccellenza e come tale pativa una sorte d’emarginazione dal
mondo borghese suo contemporaneo, con l’andare del tempo,
proprio quel mondo "snob e aristocratico" ha
permesso alla stessa avanguardia e ai suoi autori d’autoproclamarsi,
d’auto promuoversi, di inventare da se stessi le regole di
controllo di tutto il ciclo della produzione pittorica.
Della cosiddetta ricerca
"antiborghese" è rimasto ben poco. Con
lucidità argomentativa Gualdoni affronta l’intero problema
e ne smonta vicende e strutture. Mette in evidenza eventi che,
in nome di un mondo eccentrico e snob ha saputo costruire
manufatti spesso senza alcuna "collisione con il gusto
corrente". Nel quale il compromesso mondano per
"ottenere una visibilità sufficiente" è stato il
filo conduttore di tante operazioni artistiche ma anche per
alcuni autori, quello di essersi posti come arbitri dell’artisticità.
I Duchamp, i Warhol, i Beyus.
Tanto che Warhol può
benissimo affermare che "dopo aver fatto la cosa chiamata
arte, o comunque la si voglia chiamare, si è dedicato alla
Business Art". Sul piano dei
valori estetici e dei meccanismi di mercato, attorno agli anni
sessanta, ai tanti musei del contemporaneo sorti, è
contestato il ruolo di divulgatori della cultura artistica. Al
contrario, è difesa una minoritaria forma estetico-culturale
che fa "della propria esclusione un’esclusiva, che da
una posizione di minoranza stabilisce cosa sia la
maggioranza". Così, tra una dimensione culturale che
stava diventando una sorte di Midcult se ne imposta una nuova,
forse più snob, appannaggio di pochi e veicolata, tra molti
equivoci, dal sorgere di nuove gallerie, di nuovi musei, di
nuove fondazioni, da riviste, da collezionisti e critici che
"mal sopportano la confusione con la plebe accorsa a
comprare poster di Picasso" o a disquisire se ci sia
incompatibilità tra un "Derain e i Matisse, da un lato e
l’arte minimal, povera e concettuale " dall’altro
lato.
L’analisi proposta dal
libro sottopone a giudizio almeno tre problemi. Uno
legato all’artista stesso, il quale non è "più il
ricercatore d’atelier tutto sommato separato dal destino
mondano del suo lavoro, ….fa esso stesso parte di una
strategia anche linguistica, inoltre …vuole essere soggetto
più attivo e strategicamente partecipe". In
secondo luogo la natura stessa delle opere, non più soggette
al limitante spazio circoscritto dalla cornice del quadro ma
al possibile dilatarsi nel luogo stesso in cui accade l’evento
espositivo, in cui il Museo stesso, non solo perché luogo, si
fa garante dell’artisticità dei prodotti o più
semplicemente il Museo diventa "esplicitamente….il
luogo di paradigmi culturali". Un
terzo problema, dovuto alle difficoltà a gestire i nuovi
manufatti del contemporaneo estremo. Certamente l’ambiente
"snob" risolve i suoi problemi attraverso musei
privati e fondazioni
"congruenti con i
protocolli mondani di neomecenatismo", ma pone problemi
irrisolvibili al collezionismo chic, a quello imitativo e di
seconda istanza, che può accedere a quel mondo solo
attraverso documenti e feticci di quelle esperienze (foto,
libri d’artista, progetti, video…). Regole che comunque
sono "perfettamente nella norma, perfettamente
prevedibili, perfettamente inutili: ma di un’inutilità che
non suona rifiuto o antagonismo, piuttosto vale quella del
merchandising dell’ultima fiera di settore".
Siamo così alla cronaca
degli ultimi giorni ci ricorda ancora Gualdoni, in cui persino
la critica gioca il suo ruolo semplicemente in termini di
controfigura dell’artista campione, dentro una ricerca
estetica ormai patrocinata, sponsorizzata, enfatizzata e
lontana da una storia reale, che, per dirla con Gian Emilio
Simonetti, più volte citato nel testo, ha finito per essere
solo uno "strumento di circonvenzione, se non addirittura
d’intimidazione del gusto e dell’esperienza
individuale".
Con impietosa autocritica e
insofferenza verso quel mondo nel quale lo stesso autore si è
sempre posto con il suo lavoro di critico, Gualdoni finisce,
per paradosso, ad indicare ricette d’avanguardia per nuovi
artisti e assessori così come, senza tentennamenti, formula
un sotteso auspicio, che lo stesso mondo dell’arte non
necessiti più di rappresentazioni celebrative né d’esperienze
identificabili ad un solo stile ma che nell’irripetibilità
dell’opera l’essenza stessa dell’arte possa essere
sempre più ricca di presenze modificanti.
Flaminio
Gualdoni
"il trucco dell’avanguardia"
Neri Pozza – I Colibri editori
£. 26.000
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