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Ore 16.15.01
Giorno
28/06/01
Davide Van De Sfroos in concerto ai Giardini Estensi

Soffia impetuosa la breva  di Van de Sfroos

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Musica - Intervista a Davide Van de Sfroos rivelazione del panorama musicale italiano. Canta in dialetto tremezzino e vende migliaia di dischi. Domenica il concerto ai Giardini Estensi
Van de Sfroos: "La mia musica va oltre la politica"

È un laghèe, vive sulle sponde del Lario e di quelle  zone ne racconta le storie, le emozioni e i ricordi. Davide Bernasconi, in arte Davide Van de Sfroos, canta in "tremezzino", la lingua del lago, compresa in tutto il nord Italia. È diventato un caso musicale: il suo ultimo disco, "Breva e Tivan",  ha venduto 30mila copie, e Davide Van de Sfroos è stato invitato ad esibirsi sul palco del Premio Tenco come miglior autore emergente. In questi giorni sta concludendo una tournée che gli ha dato non poche soddisfazioni.
Si aspettava un successo di questa portata?
«Anch'io rimango stupito di fronte a queste cifre. Soprattutto se pensiamo che "Breva e Tivan"  non è stato un disco confezionato come un classico prodotto musicale. Ha funzionato il tam-tam, il passa parola, i passaggi in qualche radio, come Radio Due, alcuni articoli su riviste come "Buscadero" e il "Mucchio
Selvaggio". È stato un disco caratterizzato fin dall'inizio dalla spontaneità, come del resto le mie canzoni nascono dalla spontaneità popolare»
Domenica sera sarà in concerto a Varese,  proporrà
qualche brano del nuovo disco che sta registrando?
«È un concerto estivo che va a chiudere una stagione e allo stesso tempo vuole essere un ringraziamento al pubblico per la bella accoglienza. Del nuovo disco proporrò Television, che ho già presentato come bis in altri concerti, voce e chitarra, alla Dylan. Per gli altri brani è ancora troppo presto, sono acerbi e vanno un po' rodati».
Lei ha scelto di cantare in dialetto, una scelta di non facile impatto per il pubblico. Quanto ha contato il fatto di avere precedenti illustri e riusciti, come Creuza de ma di Fabrizio De Andrè?
«Ha voluto dire molto. Quando ho ascoltato per la prima volta quel disco ho provato una sensazione bellissima e mi sono detto "beh, allora si puo' fare". Io sono contento di questa scelta perché in fondo è quella che mi ent
usiasma di più e risponde molto a come sono fatto. Io non mi vedo come una classica popstar. Scrivo solo per la passione di raccontare storie e vicende, sperando in questo modo di suscitare emozioni in chi ascolta. Non canto tanto per cantare, ma per dire qualche cosa. Non a caso i miei modelli sono appunto De Andrè, Waits, Cave. Gente che non è riducibile solo all'essere un cantante»
Lei ha iniziato con il punk, il rock passando per il reggae e quant'altro. Il folk è solo l'ultimo approdo o una scelta?
«Ho iniziato a raccontare il mio mondo con un banjo in spalla, andando in giro per i locali della tremezzina (la tremezzina identificava cinque o sei paesi,da Ossuccio a Cadenabbia, nella zona centrale del lago di Como, dalla parte di Menaggio. Da lì sono transitati Celti, Latini e Longobardi n.d.r.). Certamente ho voluto tornare indietro, ma in me c'è la voglia di non avere un solo genere perché l'importante è raccontare. Sono contento di aver scelto questa linea e non mi sento il clone di nessuno, nemmeno dei "Modena City  Ramblers"».
Spesso la sua musica è stata confusa con il messaggio politico della Lega. Si può essere padani senza essere leghisti?
«Io non voglio essere l'araldo e il portavoce di una cultura. Sono stato invitato e sono andato più volte ospite alle feste della Lega e alla loro radio. In tutte quelle occasioni ho ribadito con forza, a scanso di polemiche e fraintendimenti, che il mio discorso va oltre la politica e con quella non va identificata. Il dialetto e la cultura che io esprimo nelle canzoni hanno in sé un germe di apertura e non di chiusura, altrimenti non avrei collaborato con i tarantolati del Salento, piuttosto che con alcuni gruppi folk sardi».

 Michele Mancino

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