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È un
laghèe,
vive sulle sponde del Lario e di quelle zone ne racconta
le storie, le emozioni e i ricordi. Davide Bernasconi, in arte
Davide Van de Sfroos, canta in
"tremezzino", la lingua del lago, compresa in tutto il nord Italia. È diventato un
caso
musicale: il suo ultimo disco, "Breva e Tivan",
ha venduto 30mila
copie, e Davide Van de Sfroos è stato invitato ad esibirsi sul palco del
Premio
Tenco come miglior autore emergente. In questi giorni sta
concludendo una tournée che gli ha dato non poche
soddisfazioni.
Si aspettava un successo di questa portata?
«Anch'io rimango stupito di fronte a queste cifre. Soprattutto
se pensiamo che "Breva e Tivan" non è stato
un disco confezionato come un classico prodotto musicale. Ha
funzionato il tam-tam, il passa parola, i passaggi in qualche
radio, come Radio Due, alcuni articoli su riviste come "Buscadero" e il
"Mucchio Selvaggio". È stato un disco
caratterizzato fin
dall'inizio dalla spontaneità, come del resto le mie canzoni
nascono dalla spontaneità popolare»
Domenica sera sarà in concerto a Varese, proporrà qualche
brano del nuovo disco che sta registrando?
«È un concerto estivo che va a chiudere una stagione e allo
stesso tempo vuole essere un ringraziamento al pubblico per la bella
accoglienza. Del nuovo disco proporrò Television, che
ho già presentato come bis in altri concerti, voce e chitarra,
alla Dylan. Per gli altri brani è ancora troppo presto, sono
acerbi e vanno un po' rodati».
Lei ha scelto di cantare in dialetto, una scelta di non
facile impatto per il pubblico. Quanto ha contato il fatto di
avere precedenti illustri e riusciti, come Creuza de ma di
Fabrizio De Andrè?
«Ha voluto dire molto. Quando ho ascoltato per la prima volta
quel disco ho provato una sensazione bellissima e mi sono
detto "beh, allora si puo' fare". Io sono contento
di questa scelta perché in fondo è quella che mi entusiasma
di più e risponde molto a come sono fatto. Io non mi vedo
come una classica popstar. Scrivo solo per la passione di
raccontare storie e vicende, sperando in questo modo di
suscitare emozioni in chi ascolta. Non canto tanto per
cantare, ma per dire qualche cosa. Non a caso i miei modelli
sono appunto De Andrè, Waits, Cave. Gente che non è riducibile solo
all'essere un cantante»
Lei ha iniziato con il punk, il rock passando per il reggae
e quant'altro. Il folk è solo l'ultimo approdo o una scelta?
«Ho iniziato a raccontare il mio mondo con un banjo in spalla,
andando in giro per i locali della tremezzina (la
tremezzina identificava cinque o sei paesi,da Ossuccio a
Cadenabbia, nella zona centrale del lago di Como, dalla parte
di Menaggio. Da lì sono transitati Celti, Latini e Longobardi
n.d.r.). Certamente ho voluto tornare indietro, ma in me
c'è la voglia di non avere un solo genere perché
l'importante è raccontare. Sono contento di aver scelto
questa linea e non mi sento il clone di nessuno, nemmeno dei
"Modena City Ramblers"».
Spesso la sua musica è stata confusa con il messaggio
politico della Lega. Si può essere padani senza essere
leghisti?
«Io non voglio essere l'araldo e il portavoce di una cultura.
Sono stato invitato e sono andato più volte ospite alle feste della
Lega e alla loro radio. In tutte quelle occasioni ho ribadito
con forza, a scanso di polemiche e fraintendimenti, che il mio
discorso va oltre la politica e con quella non va
identificata. Il dialetto e la cultura che io esprimo nelle
canzoni hanno in sé un germe di apertura e non di chiusura,
altrimenti non avrei collaborato con i tarantolati del Salento,
piuttosto che con alcuni gruppi folk sardi».
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