Marino Vago è stato coraggioso. Con sicurezza e chiarezza ha
liquidato la questione politica nazionale con quattro battute, "dopo tante parole, è
il momento della verifica dei fatti". E con la stessa velocità si è districato
dall'affannoso dilemma new o old economy, "siamo in presenza di tre forze diverse, ma
con effetti ugualmente importanti: la globalizzazione, l'innovazione, le liberalizzazioni.
Tre forze che, quasi a complicarci ulteriormente la vita, hanno trovato come grande
alleato la velocità. mai in passato i cambiamenti erano stati così rapidi e
repentini".
Il centro della relazione è stato invece
il sistema impresa e il suo rapporto con il territorio.
"La capacità competitiva delle imprese non dipende solo dalla loro efficienza, ma
dipende anche da fattori di sistema, da come sono organizzati e come funzionano il
sistema-Paese e i sistemi locali". Parole del presidente della Confindustria D'Amato
e che Vago ha fatto interamente propri. Allora si capisce perché subito dopo afferma che
"la competitività è il termometro indispensabile per valutare il grado di
accoglienza che il sistema politico e sociale offre alla dimensione
dell'impresa".
Da questo momento il ragionamento di Vago si sposta tutto sul nostro territorio per
cercare di analizzare quale sia la situazione varesina.
Dopo che con eleganza ha strigliato una stampa poco attenta e superficiale, parte con una
domanda niente affatto retorica. "Di quanta opacità soffre il nostro
territorio?" Sono tante e diverse le risposte. Una la possiamo definire di stampo
teorico. "Anche se miti e ideologie sono crollati, resta dura a morire l'idea
corrente secondo cui nelle imprese non vi può essere che un angosciante sfruttamento. E
fatica a diventare dimensione culturale condivisa il guardare realisticamente a esse come
ad una possibilità di utilizzare e valorizzare le potenzialità di ogni persona". Ma
poi Vago si interroga se tanta disattenzione non dipenda anche dal fatto che a Varese
"l'imprenditoria costituisce ormai un dato acquisito". "Industria quindi è
un compagno di viaggio" e meriti vanno anche al sindacato che "ha impostato sul
pragmatismo e sulla razionalità la propria rappresentanza del mondo del lavoro".
Il passaggio successivo di Vago è
coraggioso. Affronta apertamente, anche se sempre con toni pacati, con le multinazionali
considerandole responsabili di far sentire l'impresa "lontana".
"L'extraterritorialità di alcune realtà di medie e grandi dimensioni.
L'appartenenza a un gruppo multinazionale o l'essere unità produttive con centri
direzionali esterni sono elementi che rientrano in maniera indubbiamente positiva nella
dinamica di crescita complessiva dell'economia: tuttavia spesso il territorio guarda loro
ancora con ingiustificata diffidenza. C'è anche la difficoltà di confrontarsi con
interlocutori politici che abbiano peso a livello nazionale nella loro dimensione
locale".
La parte finale della relazione è quella che mette il dito nella piaga delle cose da fare
e fin qui non fatte. Occorre creare le condizioni per uno sviluppo locale e quindi si deve
partire dalle infrastrutture. "Siamo la provincia delle piccole o grandi incompiute,
e in proposito il nostro album è particolarmente voluminoso". A queste va aggiunto
"un limite nella scarsa predisposizione alla finanza da parte dell'imprenditoria
locale".
Varese "ha tutte le caratteristiche
per creare e sfruttare le occasioni: ma ha bisogno di scrollarsi di dosso una mentalità,
diciamo, misurata e riflessiva, forse particolaristica, che spesso la caratterizza".
Malgrado tutto questo Vago è comunque sicuro che "agli uomini d'impresa spetta la
grande responsabilità di portare i valori della creatività, dello sviluppo, del
benessere diffuso. È questa la sfida che noi vogliamo raccogliere".
Un Marino Vago sicuro, più diretto di
quello ascoltato un anno fa. La sua è stata una buona relazione. Peccato per due punti
non affrontati con altrettanto sicurezza. La compatibilità ambientale e il valore del
lavoro e del mondo che lo rappresenta. Non basta infatti riconoscere pragmatismo e
razionalità al sindacato per mettere al centro, oltre all'impresa, anche il valore dei
lavoratori. Così come non risulta chiara l'impossibilità di proseguire in un modello di
sviluppo solo quantitativo e non qualitativo. Ma forse è pretendere troppo e non ci si
può dimenticare che quello di Villa Ponti stamattina era il tempio della
Confindustria.
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