"Non siete tantissimi ma siete molto
qualificati". Così esordisce Fabio Concato, scherzando simpaticamente con il
pubblico. Teatro pieno solo a metà per la performance del cantautore milanese che offre
ai presenti uno spettacolo di grande livello musicale. La leggerezza, le atmosfere lievi,
colorate dai sapori della bossa nova e delleasy jazz, un cantato che rimpalla tra il
testo e i vocalizzi, sono le caratteristiche che da sempre contraddistinguono il percorso
di un artista bravo e sincero. Concato
si presenta con una band "classica" formata da tastiere, chitarra, batteria e
basso. I musicisti, giovani e bravissimi, offrono una performance semplice ma di grande
gusto. Tra tutti spicca la chitarra di Toti Panzanelli che incanta la platea con alcuni
solo di grande gusto e ispirazione. Fabio alterna una scaletta di due ore di musica senza
risparmiarsi, con qualche breve racconto e battute gustose; è sciolto e simpatico e
non scivola mai nella retorica, caratteristica che accompagna le performances di molti
suoi acclamati colleghi. Latmosfera è quasi da concerto classico e
lattenzione alle stelle spiazza gli stessi musicisti. Il concerto decolla da subito
attraverso le canzoni del nuovo cd: "Ballando con Chet Baker". Concato snoda la
sua musica architettandola su testi semplici. Gioca con la sua voce bella e raffinata,
che, alle soglie dei quarantottanni, conserva integro il suo smalto, senza alcun
segno di cedimento. La sua facilità a melodizzare è notevole e lo stile è incisivo e
personale.
Scherza con la sua silouette confrontandola con il più giovane Piero Pelù a cui invidia
letà ma non la voce. «Piero è molto simpatico
peccato che non sa cantare!»
dice.
Dietro questa battuta senza polemiche, si avverte lamore per le cose belle e ben
confezionate, per le capacità musicali a scapito dellapparenza e della
tracotanza.
Dietro la sua giacca e gli occhialini neri
che gli proteggono gli occhi, imbraccia ad un punto, la chitarra sillabando le note,
facili ma geniali, che hanno accompagnato migliaia di chitarristi ai primi passi: Guido
Piano, Fiore di Maggio
era il 1984 e quel disco fu uno dei più belli e ben concepiti
di quei tempi. Si suonava e si arrangiava davvero. Con pochi fronzoli e tanta sostanza.
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