Il lavoro minorile, qualunque siano le sue dimensioni quantitative
rappresenta un fenomeno che, da qualunque angolatura lo si voglia affrontare, dovrebbe
sempre mettere a disagio le nostre coscienze troppo sazie e la nostra ragione; e,
purtuttavia, non è sufficiente ed è anzi limitativo e fuorviante fermarsi
nellanalisi e nel giudizio allo sdegno che nasce istintivo da una degenerazione
odiosa delle regole sociali della convivenza civile o darne una lettura in termini
esclusivamente statistici o peggio ancora, giudicarlo solo con elementi frutto di una
nostra sensibilità e di una nostra particolare e, probabilmente, molto parziale visione
della vita.
Qualche mese fa, in previsione di un
dibattito sullargomento, ero stato contattato da un amico giornalista che mi aveva
chiesto notizie sulla consistenza quantitativa del fenomeno in Provincia di Varese e sulla
sua articolazione territoriale e settoriale; io avevo cercato invano di evitare la
risposta diretta aggirando la richiesta ed impostando un ragionamento volto a dimostrare
la difficoltà di fornire i numeri di un fenomeno che per sua natura sfugge a rilevazioni
precise e la stessa sostanziale inutilità di quantificazione del fenomeno dal momento
che, almeno da noi, non si può né si deve misurare la sua gravità avendo come metro di
valutazione le decine o le centinaia di unità accertate.
La sua controreplica, che non mascherava
una certa delusione, fu il ricordarmi lambito territoriale della sua attività
professionale ed il vincolo derivante di avere sempre quale riferimento obbligato, anche
nel far riflettere su un argomento spinoso e nel provocare indignazione, sua maestà
laudience.
Ho riportato lepisodio per rimarcare
il pericolo che si finisca per affrontare anche questo problema come un fatto di costume,
da analizzare stilando la classifica dei bravi e dei cattivi sulla base di percentuali e
di incidenze e si tenda a dimenticare che, dietro lo sfruttamento del lavoro minorile si
agitano e agiscono interessi e contraddizioni complessi e di ben difficile soluzione.
In primo luogo la natura di
uneconomia sempre più globale e sempre più rapida nei processi di cambiamento,
dominata e incattivita da regole che tendono a considerare opzionali il rispetto della
vita e della dignità delluomo e letica del lavoro e negli affari, non a caso
riclassificati in business; un nuovo ordine che finisce per rendere marginale e
ipocritamente autoconsolatorio il fatto che nella nostra Provincia, con ogni probabilità,
i casi di sfruttamento del lavoro minorile si possano effettivamente stimare in qualche
decina; e questo per il semplice e terribile motivo che i centri si sfruttamento si sono
spostati altrove, seguono la logica della convenienza e approdano dove costano molto meno
che da noi, che, e mi scuso se utilizzo un esempio nobile per spiegare un fenomeno
ignobile, lo adottiamo a distanza, tra quei 250 Milioni di bambini tra i 6 ed i 14 anni
che secondo lILO sono costretti al lavoro nel mondo.
Provo a rafforzare la teoria portando ad
esempio un fenomeno locale.
I non tantissimi casi di sfruttamento
diretto del lavoro minorile, sul nostro territorio, sono perpetrati in larga misura nei
laboratori clandestini gestiti, in genere, da cittadini di origine cinese; qualche volta
mi è capitato di doverli ispezionare su incarico della Commissione Provinciale
dellartigianato e ne ho ritratto limpressione di ambienti dove esseri umani -
uomini, donne e bambini - vivono per lavorare operano in un regime di sostanziale
schiavitù.
I bambini, in particolare, studiano di
giorno e lavorano di sera e di notte, come mi è capitato di constatare in una delle
ultime verifiche che ho effettuato , quando una ragazzina di dodici- tredici anni è stata
tirata giù dal letto era metà pomeriggio perché era la sola persona che
parlava correttamente italiano e mi ha candidamente confessato che era stata sulle
tagliacuci fino a mezzanotte, al mattino era andata a scuola, era tornata ed aveva fatto i
compiti ed ora si stava riposando perché verso sera avrebbe ricominciato a cucire le
tute.
Il drammatico è che dietro tutte queste
miserie non cè solo il dramma di chi vive per lavorare e cresce senza sogni e
perpetua una vicenda umana senza speranze di riscatto, cè anche e soprattutto
lavidità delle imprese committenti che, senza scr \upolo alcuno, dopo aver magari
lasciato a casa i propri dipendenti lamentando linsostenibilità del loro costo del
lavoro ed essersi trasformate in imprese commerciali, le utilizzano e le sfruttano, nella
sostanziale indifferenza e nella pratica impotenza di chi dovrebbe prevenire e reprimere.
Leconomia senza regole non ha anima,
non ha confini e va dove e come le conviene.
Ma, e mi rendo conto di aprire un ulteriore
capitolo difficile, che alternative hanno, avranno, avrebbero i minori sfruttati, siano
essi quelli che cuciono palloni in Bangladesh o quelli che a Castronno si addormentano
sulle tagliacuci ? Che ne sarebbe, non della loro dignità o del loro diritto a
uninfanzia ed a unadolescenza negata ma della loro stessa vita se non avessero
nemmeno quellattività come fonte di sostentamento?
Non sono domande retoriche e non penso
meritino risposte tranciate con la sufficienza che troppo spesso tende a marchiare il modo
con cui vengono affrontati problemi troppo lontani , non sempre e non necessariamente in
termini di distanza fisica, dalle nostre vite e dalle nostre fisime esistenziali.
Il 19 di Novembre del 2000 è entrata in
vigore la convenzione dellILO per combattere la piaga del lavoro minorile e 50
Paesi, tra cui lItalia, hanno già ratificato la convenzione.
Questi Stati dovranno assumere iniziative
per proibire o eliminare le forme di lavoro minorile che includono la prostituzione, la
pornografia, il reclutamento dei bambini soldato e avranno lobbligo di presentare un
rapporto annuale attestante il loro impegno nel combattere lo sfruttamento dei minori.
In base alla convenzione, anche i Paesi che
non lhanno ancora ratificata dovranno orientare le loro politiche verso
labolizione del lavoro minorile.
Si tratta probabilmente, in questo
particolare momento e nello scenario macroeconomico che ho prima cercato di illustrare,
del risultato massimo che si poteva ottenere; lerrore più grosso che si potrebbe
compiere sarebbe quello di considerarlo un risultato acquisito invece che un punto di
partenza, perché le non regole di quelleconomia che punta al profitto senza
riconoscere i valori finirebbe semplicemente per spostare da un paese in via di sviluppo
e tutte le volte che lo pronunciamo conviene riflettere sulla profonda ipocrisia di
questo termine - aderente ad unaltro non aderente lo sfruttamento del business.
Magari scaricando i costi delloperazione su chi è sfruttato.
Per questo sostenevo che non sarà semplice
anche solo affrontare la questione e che per poterlo fare occorrerebbe una autentica
rivoluzione culturale in direzione di una nuova concezione delleconomia di cui,
francamente, non solo non si avvertono i segnali ma si possono, al contrario, cogliere
distintamente le indicazioni contrarie.
Varese vuole cambiare musica è nata anche
su questo genere di riflessioni, nellestate del 1999.
Ha voluto porre allopinione pubblica
ed alla business community della Provincia quelle questioni che di solito vengono rimosse
con lalzata di spalle che viene riservata agli ultimi : il lavoro irregolare in
tutti gli stadi possibili del suo degrado ed il lavoro minorile.
Si è discusso, sono state avanzate
proposte e richieste, è stato chiesto alle bande di rafforzare il messaggio. Si è avuto
il coraggio civile di gettare il sasso nellacqua stagnante del conformismo economico
della Provincia.
E una delle proposte formulate,
listituzione di un osservatorio del lavoro irregolare, è stata sostenuta dalla
C.C.I.A.A, è confluita in un progetto di più organismi oltre a quella di Varese,
anche Milano e Verbania e losservatorio sta procedendo ad una prima
ricognizione del fenomeno.
Che non significa, naturalmente, aver
risolto il problema, ma avere la possibilità di attingere ad uno strumento di conoscenza
indispensabile per poter combattere, con la prevenzione e la repressione, tutte le
degenerazioni del lavoro.
Da questo punto di partenza ci si è mossi
nellorganizzazione della terza edizione di " Varese vuole cambiare
musica", che toccherà altre località della Provincia ( Gallarate e Saronno ) e che
ha ricercato, ottenendolo, il coinvolgimento del mondo della scuola.
Perché è nostra convinzione che
lavversario da battere sia lignoranza che nasce da una cultura televisiva e
edonista e che sfocia e trova la sua apoteosi in una visione delleconomia
senzanima e estranea a principi di coesione sociale.
Lo facciamo senza lillusione di poter
cambiare il mondo, ma con la consapevolezza che forse vale ancora la pena di provarci, con
realismo e coerenza, con lobiettivo di restituire a qualcuno la voglia di riprendere
a sognare.
Gianni Mazzoleni
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