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Ore 16.30.59
Giorno
07/06/07
 
Varese – Gianni Mazzoleni, segretario della CNA, lancia alcune riflòessioni sull'importanza dell'iniziativa "Varese vuole cambiare musica" e sul fenomeno mondiale del lavoro minorile
Il nemico da battere è l'ignoranza figlia  di una cultura televisiva ed edonista

Il lavoro minorile, qualunque siano le sue dimensioni quantitative rappresenta un fenomeno che, da qualunque angolatura lo si voglia affrontare, dovrebbe sempre mettere a disagio le nostre coscienze troppo sazie e la nostra ragione; e, purtuttavia, non è sufficiente ed è anzi limitativo e fuorviante fermarsi nell’analisi e nel giudizio allo sdegno che nasce istintivo da una degenerazione odiosa delle regole sociali della convivenza civile o darne una lettura in termini esclusivamente statistici o peggio ancora, giudicarlo solo con elementi frutto di una nostra sensibilità e di una nostra particolare e, probabilmente, molto parziale visione della vita.

Qualche mese fa, in previsione di un dibattito sull’argomento, ero stato contattato da un amico giornalista che mi aveva chiesto notizie sulla consistenza quantitativa del fenomeno in Provincia di Varese e sulla sua articolazione territoriale e settoriale; io avevo cercato invano di evitare la risposta diretta aggirando la richiesta ed impostando un ragionamento volto a dimostrare la difficoltà di fornire i numeri di un fenomeno che per sua natura sfugge a rilevazioni precise e la stessa sostanziale inutilità di quantificazione del fenomeno dal momento che, almeno da noi, non si può né si deve misurare la sua gravità avendo come metro di valutazione le decine o le centinaia di unità accertate.

La sua controreplica, che non mascherava una certa delusione, fu il ricordarmi l’ambito territoriale della sua attività professionale ed il vincolo derivante di avere sempre quale riferimento obbligato, anche nel far riflettere su un argomento spinoso e nel provocare indignazione, sua maestà l’audience.

Ho riportato l’episodio per rimarcare il pericolo che si finisca per affrontare anche questo problema come un fatto di costume, da analizzare stilando la classifica dei bravi e dei cattivi sulla base di percentuali e di incidenze e si tenda a dimenticare che, dietro lo sfruttamento del lavoro minorile si agitano e agiscono interessi e contraddizioni complessi e di ben difficile soluzione.

In primo luogo la natura di un’economia sempre più globale e sempre più rapida nei processi di cambiamento, dominata e incattivita da regole che tendono a considerare opzionali il rispetto della vita e della dignità dell’uomo e l’etica del lavoro e negli affari, non a caso riclassificati in business; un nuovo ordine che finisce per rendere marginale e ipocritamente autoconsolatorio il fatto che nella nostra Provincia, con ogni probabilità, i casi di sfruttamento del lavoro minorile si possano effettivamente stimare in qualche decina; e questo per il semplice e terribile motivo che i centri si sfruttamento si sono spostati altrove, seguono la logica della convenienza e approdano dove costano molto meno che da noi, che, e mi scuso se utilizzo un esempio nobile per spiegare un fenomeno ignobile, lo adottiamo a distanza, tra quei 250 Milioni di bambini tra i 6 ed i 14 anni che secondo l’ILO sono costretti al lavoro nel mondo.

Provo a rafforzare la teoria portando ad esempio un fenomeno locale.

I non tantissimi casi di sfruttamento diretto del lavoro minorile, sul nostro territorio, sono perpetrati in larga misura nei laboratori clandestini gestiti, in genere, da cittadini di origine cinese; qualche volta mi è capitato di doverli ispezionare su incarico della Commissione Provinciale dell’artigianato e ne ho ritratto l’impressione di ambienti dove esseri umani - uomini, donne e bambini - vivono per lavorare operano in un regime di sostanziale schiavitù.

I bambini, in particolare, studiano di giorno e lavorano di sera e di notte, come mi è capitato di constatare in una delle ultime verifiche che ho effettuato , quando una ragazzina di dodici- tredici anni è stata tirata giù dal letto – era metà pomeriggio – perché era la sola persona che parlava correttamente italiano e mi ha candidamente confessato che era stata sulle tagliacuci fino a mezzanotte, al mattino era andata a scuola, era tornata ed aveva fatto i compiti ed ora si stava riposando perché verso sera avrebbe ricominciato a cucire le tute.

Il drammatico è che dietro tutte queste miserie non c’è solo il dramma di chi vive per lavorare e cresce senza sogni e perpetua una vicenda umana senza speranze di riscatto, c’è anche e soprattutto l’avidità delle imprese committenti che, senza scr \upolo alcuno, dopo aver magari lasciato a casa i propri dipendenti lamentando l’insostenibilità del loro costo del lavoro ed essersi trasformate in imprese commerciali, le utilizzano e le sfruttano, nella sostanziale indifferenza e nella pratica impotenza di chi dovrebbe prevenire e reprimere.

L’economia senza regole non ha anima, non ha confini e va dove e come le conviene.

Ma, e mi rendo conto di aprire un ulteriore capitolo difficile, che alternative hanno, avranno, avrebbero i minori sfruttati, siano essi quelli che cuciono palloni in Bangladesh o quelli che a Castronno si addormentano sulle tagliacuci ? Che ne sarebbe, non della loro dignità o del loro diritto a un’infanzia ed a un’adolescenza negata ma della loro stessa vita se non avessero nemmeno quell’attività come fonte di sostentamento?

Non sono domande retoriche e non penso meritino risposte tranciate con la sufficienza che troppo spesso tende a marchiare il modo con cui vengono affrontati problemi troppo lontani , non sempre e non necessariamente in termini di distanza fisica, dalle nostre vite e dalle nostre fisime esistenziali.

Il 19 di Novembre del 2000 è entrata in vigore la convenzione dell’ILO per combattere la piaga del lavoro minorile e 50 Paesi, tra cui l’Italia, hanno già ratificato la convenzione.

Questi Stati dovranno assumere iniziative per proibire o eliminare le forme di lavoro minorile che includono la prostituzione, la pornografia, il reclutamento dei bambini soldato e avranno l’obbligo di presentare un rapporto annuale attestante il loro impegno nel combattere lo sfruttamento dei minori.

In base alla convenzione, anche i Paesi che non l’hanno ancora ratificata dovranno orientare le loro politiche verso l’abolizione del lavoro minorile.

Si tratta probabilmente, in questo particolare momento e nello scenario macroeconomico che ho prima cercato di illustrare, del risultato massimo che si poteva ottenere; l’errore più grosso che si potrebbe compiere sarebbe quello di considerarlo un risultato acquisito invece che un punto di partenza, perché le non regole di quell’economia che punta al profitto senza riconoscere i valori finirebbe semplicemente per spostare da un paese in via di sviluppo – e tutte le volte che lo pronunciamo conviene riflettere sulla profonda ipocrisia di questo termine - aderente ad un’altro non aderente lo sfruttamento del business. Magari scaricando i costi dell’operazione su chi è sfruttato.

Per questo sostenevo che non sarà semplice anche solo affrontare la questione e che per poterlo fare occorrerebbe una autentica rivoluzione culturale in direzione di una nuova concezione dell’economia di cui, francamente, non solo non si avvertono i segnali ma si possono, al contrario, cogliere distintamente le indicazioni contrarie.

Varese vuole cambiare musica è nata anche su questo genere di riflessioni, nell’estate del 1999.

Ha voluto porre all’opinione pubblica ed alla business community della Provincia quelle questioni che di solito vengono rimosse con l’alzata di spalle che viene riservata agli ultimi : il lavoro irregolare in tutti gli stadi possibili del suo degrado ed il lavoro minorile.

Si è discusso, sono state avanzate proposte e richieste, è stato chiesto alle bande di rafforzare il messaggio. Si è avuto il coraggio civile di gettare il sasso nell’acqua stagnante del conformismo economico della Provincia.

E una delle proposte formulate, l’istituzione di un osservatorio del lavoro irregolare, è stata sostenuta dalla C.C.I.A.A, è confluita in un progetto di più organismi – oltre a quella di Varese, anche Milano e Verbania – e l’osservatorio sta procedendo ad una prima ricognizione del fenomeno.

Che non significa, naturalmente, aver risolto il problema, ma avere la possibilità di attingere ad uno strumento di conoscenza indispensabile per poter combattere, con la prevenzione e la repressione, tutte le degenerazioni del lavoro.

Da questo punto di partenza ci si è mossi nell’organizzazione della terza edizione di " Varese vuole cambiare musica", che toccherà altre località della Provincia ( Gallarate e Saronno ) e che ha ricercato, ottenendolo, il coinvolgimento del mondo della scuola.

Perché è nostra convinzione che l’avversario da battere sia l’ignoranza che nasce da una cultura televisiva e edonista e che sfocia e trova la sua apoteosi in una visione dell’economia senz’anima e estranea a principi di coesione sociale.

Lo facciamo senza l’illusione di poter cambiare il mondo, ma con la consapevolezza che forse vale ancora la pena di provarci, con realismo e coerenza, con l’obiettivo di restituire a qualcuno la voglia di riprendere a sognare.

Gianni Mazzoleni

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