A leggere il suo curriculum nemmeno ci si crede che
abbia solo trentatrè anni, e perdipiù compiuti soltanto da pochi
giorni (il 18 marzo): Francesco Boccia, pugliese di nascita e laureato a Bari,
professore all'università Cattaneo e direttore del centro ricerche economiche,
CeRST, dell'ateneo
confindustriale di Castellanza, è noto alle cronache di questi mesi come consigliere economico del
ministro dell'industria Enrico Letta (che, a dire il vero, anche lui
di anni ne ha solo
trentaquattro), ma vanta già un'esperienza quadriennale a Londra,
dove ha lavorato per un
master in business administration. E' uno dei più famosi esperti di prodotti finanziari
per gli enti pubblici: il primo libro sull'argomento l'ha pubblicato
nel 1994, e l'ultimo, "La finanza innovativa" è in
questi giorni negli scaffali delle librerie specializzate, per le edizioni del
Sole 24 ore. Vive da solo tra Milano e Castellanza, e di Varese
dice sinceramente che è "una splendida città". La
conversazione con lui è cominciata dalle sue esperienze di governo.
"Con Letta è un gruppo di amici: è una bella esperienza,
abbiamo lavorato senza condizionamenti ideologici. Un modo di fare che però è tipico
della nostra generazione: abbiamo un idea chiara della società che vorremmo, ma non siamo
schiavi dell'ideologia pura, non ci fa perdere il contatto con la realtà. La nostra è
una generazione di gente cresciuta negli anni ottanta: abbiamo conosciuto un certo tipo di
Italia, e quasi tutti noi ci siamo formati al di fuori dell'Italia. Molti di noi hanno
scelto la carriera universitaria, o comunque percorsi non tipici delle altre generazioni.
Se dovessimo darci una definizione noi facciamo parte della learning economy, l'economia
del sapere"
Una curiosa definizione, soprattutto per come vengono descritti i
trentenni di oggi, specie di ragazzotti mai cresciuti che non si muovono dalla casa di
mammà e sono cultori delle banalità...
"Questo è come la generazione sopra di noi ci dipinge. Una
buona descrizione del senso di insoddisfazione che permea la nostra generazione la dà
invece Gabriele Muccino nel suo film "L'ultimo bacio". Una sensazione
di insoddisfazione che però ci fa
da carburante: noi non facciamo alcuna fatica a cambiare lavoro, a cambiare sedia".
E a proposito di sedie, lei corre il serio rischio di spostarsi
fra poco da una sedia molto stimolante, quella di consigliere economico del ministro
dell'industria. Come giudica l'esperienza che ha messo in pratica finora?
"Partendo dalla politica, l'idea che mi sono fatto in due anni
e mezzo di esperienza in Italia è, innanzitutto, che è stata tenuta artificiosamente in
vita una frattura ideologica ormai scomparsa. E a contribuire ad annaffiare ogni giorno la
pianta di una frattura che non c'è ci pensano personaggi di entrambi gli schieramenti:
se è evidente l'opera di Berlusconi in questo senso, vanno messi però nella lista a
pieno titolo anche Bertinotti e Cofferati. La società italiana, però, è un pò cambiata
nel frattempo, queste battaglie non fanno più parte dell'animo delle persone. E quando i
partiti non intercettano più le istanze della società civile.... Per quanto riguarda
l'esperienza concreta invece, il lavoro al ministero delle politiche comunitarie è stato più
'tranquillo' della parte trascorsa al ministero dell'industria: in
quest'ultimo caso si è vissuti
continuamente in piena emergenza, una situazione che mette a dura prova anche i caratteri
e le relazioni interpersonali. Ma poi è importante ricordare che il "ministero
dell'industria" non si occupa solo di industria ma anche di commercio, di
assicurazioni, e di mille altre cose..."
In fondo si è occupato anche di lavoro, con argomenti al limite
tra i due ministeri. Penso al caso della Franco
Tosi, per esempio.
"Noi siamo profondamente convinti, anche se so che non è una frase popolare, che per
risolvere il problema del lavoro è necessario prima affrontare le strategie industriali e
poi procedere con gli ammortizzatori sociali. Fino ad ora invece il governo italiano
risolveva i problemi industriali CON gli ammortizzatori sociali. Tanto per dare l'idea con
un aneddoto: noi siamo entrati fisicamente al ministero passando tra i lavoratori della
Cirio incavolati neri che manifestavano fuori dal ministero. La prima cosa che abbiamo poi
detto ai lavoratori è stata: per il vostro bene, fateci parlare innanzitutto del piano di
ristrutturazione industriale dell'azienda. Ma non è stato facile: tutti volevano la cassa
integrazione. Anche le aziende, naturalmente, visto che questo
strumento risolvono problemi interni con i
soldi della collettività. Però, arrivati alla fine dell'esperienza, dobbiamo registrare
che le imprese private hanno capito la lezione. Il problema sono i gruppi
industriali pubblici, che non ci sentono proprio in questo senso.
Come giudica perciò il lavoro del suo ministro dell'industria,
Enrico Letta?
Il lavoro di Enrico è stato molto concreto, non aveva intenzione di fare cose
eccezionali. Lui proviene dalla scuola di Andreatta, una scuola molto concreta, che è ben
spiegata dalla frase che Schioppa usa per definirlo: lui dice sempre che "amava darsi
torto"....
Se dovesse "tornare a casa" da Roma, cosa farebbe?
"Mi rimetterei a fare il professore, e occuparmi del centro
ricerche, a tempo pieno. Intendiamoci: il mio primo amore è l'università, e in questi
ultimi mesi mi è mancata la possibilità di studiare, di leggere .. io arrivo dalla ricerca pura,
fatta a Londra per tanti anni. Certo che occupandosi di economia e di amministrazioni
pubbliche, la tentazione di verificare come funzionano in concreto
c'è stata, e l'ho colta con questo incarico... diciamo che amo
cercare di verificare l'impossibilità delle cose che teorizziamo..."
Come sono gli studenti con cui lavora?
"Ho trovato una grande richiesta di conoscenze su Governement:
il master che il nostro ateneo ha realizzato con i contributi
del fondo sociale europeo su come finanziare gli investimenti pubblici con
l'utilizzo della finanza pubblica innovativa ha avuto un grande successo, e sta per
diventare un master universitario. In Italia non abbiamo una vera disciplina dell'arte di
governare, mentre io li trovo affascinati dalla massa di notizie di cui vengono colpiti.
D'altra parte, anche dal punto di vista del mondo del lavoro, si
è aperta oggi una categoria nuova che prima non c'era: i manager pubblici".
Il suo centro di ricerche non si limita a monitorare il
territorio, ma anche a valutarne gli eventuali scenari: è una pratica utilizzata dagli
enti?
"Come studiosi di pubblica amministrazione abbiamo un bel
rapporto con il territorio: ci sono enti territoriali che sono disposti a fare formazione,
associazioni interessate all'argomento territorio, e un buon nocciolo di imprese disposte
a lavorare. Abbiamo lavorato bene in particolare con Castellanza, Gallarate e Busto. Minori
rapporti abbiamo con il comune di Varese, o con la Provincia. Mentre c'è un proficuo
rapporto con la Camera di commercio e alcune associazioni di categoria.
Ci azzardi, da studioso, una ricetta sulla nostra provincia.
"Innanzitutto i nostri studi hanno evidenziato che la provincia non è un tutt'uno, contrariamente a ciò che dicono altri. Questo
significa che il suo sviluppo ha bisogno di strumenti differenziati a seconda della
situazione. Non si tratta proprio di una provincia a due velocità, ma è retta da
alcuni
differenti modelli e storie imprenditoriali: il sud e il Saronnese che rappresentano la
parte imprenditoriale, una fascia centrale di produzione ma con una forte omogeneità
settoriale, e la zona intorno a Varese, simile al sud per fascia reddituale, ma dove il
reddito è definito spesso dal lavoro presso gli enti pubblici. E infine c'è il luinese,
con poche imprese, un frontalierato da affrontare e le
infrastrutture non aiutano. Una situazione che ha bisogno di aiuto
per ripartire. Tant'è vero che proprio un nostro studio l'ha portata
a fare
parte delle zone dell'Obiettivo 2".
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