Un volo tra le più alte vette della musica: il
clavicembalista Kennet Gilbert e lEnsemble J.M. Anciuti transitano dal Salone
Estense e, non ancora terminati gli innumerevoli tributi resi per i 250 anni dalla morte,
si librano con maestria tra le note di Bach. La loro
direzione è quella della filologia ed è proprio la musica del compositore tedesco che da
sempre appassiona e divide musicisti, storici e ricercatori in diverse fazioni. Il
liutista americano Hopkinson Smith ebbe modo di sottolineare in unintervista, come,
a suo avviso, la musica di Bach corrispondesse ad un criterio di assolutezza al di là
delle considerazioni filologiche. Su questo argomento, oltre due secoli di storia hanno
provveduto a riempire trattati, libri, solchi nel vinile dei dischi e bit digitali nei
moderni compact disc. Ma la straordinarietà dellopera di Bach sta proprio nel fatto
che, dopo due secoli di ascolti e di analisi, essa riveli costantemente qualcosa di nuovo.
E così è successo venerdì sera a Varese. Una sala gremita di
gente ha accolto con calore una tra le più grandi personalità mondiali relativamente a
questa musica. Il clavicembalista canadese unisce rigore e fantasia e, sorretto da
unensemble di livello eccelso, ci regala unora e mezza di musica
straordinaria. Figura catalizzante dellintera serata è il violinista Stefano
Montanari (presente proprio ora nelle edicole con il cd di Amadeus su Vivaldi) che
sorregge e crea un filo conduttore alla serata imponendosi per bravura e personalità.
Particolare ed estremamente comunicativo il suo modo di suonare; colpiscono i gesti
enfatici ed il totale trasporto che egli sa trasmettere. Limpressione generale è
quella di un Bach spumeggiante e solare, dal taglio moderno, ma con la massima attenzione
alla storia. Gli stacchi di tempo sono, talvolta, al limite del praticabile ed il
coinvolgimento è massimo. I musicisti suonano con strumenti originali e abbiamo
loccasione di ascoltare loboe damore di Paolo Pollastri e il traversiere
di Marcello Gatti.
Il concerto si snoda attraverso quattro concerti che
ricalcano la traccia della "tradizione", fatta di alternanze di soli e tutti, di
ritornelli e movimenti lenti cantabili. La serata chiude infine con una punta di diamante:
il Concerto Brandeburghese n.5 in Re maggiore. Composto probabilmente nel 1719, rivela
momenti di virtuosità e di arditezza clavicembalistica altissime. Dopo un bis, i
musicisti lasciano la scena al paesaggio dipinto sullo straordinario clavicembalo, curato
da un artigiano novarese, che ci permette di allontanarsi con dolcezza dalla magia del
clima settecentesco.
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