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07/06/07

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Musica - Il clavicembalista Kennet Gilbert e l’Ensemble J.M. Anciuti transitano dal Salone Estense e, non ancora terminati gli innumerevoli tributi resi per i 250 anni dalla morte, si librano con maestria tra le note di Bach
L’assoluto di Bach

Un volo tra le più alte vette della musica: il clavicembalista Kennet Gilbert e l’Ensemble J.M. Anciuti transitano dal Salone Estense e, non ancora terminati gli innumerevoli tributi resi per i 250 anni dalla morte, si librano con maestria tra le note di Bach. La loro direzione è quella della filologia ed è proprio la musica del compositore tedesco che da sempre appassiona e divide musicisti, storici e ricercatori in diverse fazioni. Il liutista americano Hopkinson Smith ebbe modo di sottolineare in un’intervista, come, a suo avviso, la musica di Bach corrispondesse ad un criterio di assolutezza al di là delle considerazioni filologiche. Su questo argomento, oltre due secoli di storia hanno provveduto a riempire trattati, libri, solchi nel vinile dei dischi e bit digitali nei moderni compact disc. Ma la straordinarietà dell’opera di Bach sta proprio nel fatto che, dopo due secoli di ascolti e di analisi, essa riveli costantemente qualcosa di nuovo.

E così è successo venerdì sera a Varese. Una sala gremita di gente ha accolto con calore una tra le più grandi personalità mondiali relativamente a questa musica. Il clavicembalista canadese unisce rigore e fantasia e, sorretto da un’ensemble di livello eccelso, ci regala un’ora e mezza di musica straordinaria. Figura catalizzante dell’intera serata è il violinista Stefano Montanari (presente proprio ora nelle edicole con il cd di Amadeus su Vivaldi) che sorregge e crea un filo conduttore alla serata imponendosi per bravura e personalità. Particolare ed estremamente comunicativo il suo modo di suonare; colpiscono i gesti enfatici ed il totale trasporto che egli sa trasmettere. L’impressione generale è quella di un Bach spumeggiante e solare, dal taglio moderno, ma con la massima attenzione alla storia. Gli stacchi di tempo sono, talvolta, al limite del praticabile ed il coinvolgimento è massimo. I musicisti suonano con strumenti originali e abbiamo l’occasione di ascoltare l’oboe d’amore di Paolo Pollastri e il traversiere di Marcello Gatti.

Il concerto si snoda attraverso quattro concerti che ricalcano la traccia della "tradizione", fatta di alternanze di soli e tutti, di ritornelli e movimenti lenti cantabili. La serata chiude infine con una punta di diamante: il Concerto Brandeburghese n.5 in Re maggiore. Composto probabilmente nel 1719, rivela momenti di virtuosità e di arditezza clavicembalistica altissime. Dopo un bis, i musicisti lasciano la scena al paesaggio dipinto sullo straordinario clavicembalo, curato da un artigiano novarese, che ci permette di allontanarsi con dolcezza dalla magia del clima settecentesco.

Claudio Farinone

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