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entusiasmo a Jerago per la rappresentazione di ieri sera allAleph. Una sala quasi
piena, attori richiamati più volte in scena al termine di una commedia capace di
suscitare molte risate e più di una riflessione. Tema centrale, leterno conflitto
tra il piacere e la virtù. A farla da padrona è lironia, proprio come accade nei
testi di Denis Diderot, il filosofo attorno alla cui figura ruota tutto lintreccio,
in un susseguirsi di situazioni imbarazzanti, capovolgimenti improvvisi, dialoghi vivaci,
battute folgoranti.
Snello il testo di Schmitt tradotto da Sergio
Fantoni, e snelli anche i ritmi e i tempi dettati dallo stesso Fantoni e da Francesco
Brandi. Gioele Dix si cala perfettamente nella parte del filosofo gaudente, che a sua
volta si cala pudicamente le braghe davanti a una sedicente e seducente pittrice
(bravissima anche Ottavia Piccolo nei panni di Madame Therbouche), la quale prima lo
ammalia e poi tenta di rubargli i preziosissimi quadri a lui affidati dalla moglie dello
Zar. Il tutto nella residenza di campagna del barone DHolbach, dove Diderot sta
trascorrendo un periodo di riposo e ciononostante viene costretto a mettersi al lavoro.
Così il gaudente è chiamato a fare il
filosofo e il filosofo è chiamato allazione su più fronti: ora è
leducazione di una figlia (Marcella Formenti) altrettanto gaudente ma molto meno
filosofa, infatuata di un maturo cortigiano; ora sono le avances di unamica
della figlia (Francesca Brizzolara), infatuata di lui; ora è la difficile gestione di una
moglie (Giorgia Senesi) infelice perché cornificata, ma felice di essere desiderata
almeno tanto quanto "tutte le altre".
Un plauso anche ai costumi, alle luci e alla
scena, diretta da Peppe Pizzo. Di grande efficacia, nellultimo atto, lapertura
delle porte-finestre, i cui vani bui riescono a suggerire i vasti spazi e la frescura del
parco retrostante.
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