Varese
- Un
incontro all'università dell'Insubria sui temi
dell'antisemitismo e dell'educazione
Il razzismo è figlio
dell'educazione e del conformismo
Sono
passati quattro anni dall'istituzione del giorno della
memoria. Una legge dello Stato italiano obbliga a ricordare
ciò che per molti anni non si osava nemmeno pronunciare. Il 27 gennaio di ogni anno i
cancelli di Auschwtiz si dischiudono nuovamente per far
conoscere al mondo la shoah, il genocidio o l'olocausto,
come molti si ostinano, sbagliando, a definire il massacro
di sei milioni di ebrei. Rimane però una domanda che
spesso trova a fatica delle risposte: come si fa ad
attualizzare quello che è successo? Come è possibile
uscire dall'emotività (più che comprensibile) che
accompagna questa ricorrenza, per affrontare un percorso il
più possibile razionale? (sopra: Enzo Rosario
Laforgia durante l'incontro all'Insubria)
L'importanza, dunque, di non considerare la memoria come una
teca o una scatola vuota - riprendendo una riflessione e
un'immagine efficace di Francesca Franz, del Csa di Varese, è
tale perché il pericolo di una deriva razzista e antisemita
è sempre in agguato
L'incontro tenutosi nell'aula magna dell'università dell'Insubria
e organizzato dall'Istituto storico varesino "Luigi
Ambrosoli", ha proposto un percorso interessante,
perché la relazione sull'educazione razziale ai tempi del
duce, dello storico Enzo Rosario Laforgia, accompagnata da
immagini e documenti dell'epoca, ha trovato un aggancio
naturale nell'analisi di Adriana Goldstaub (Cdec di Milano)
sull’antisemitismo attuale in Italia e in Europa.
«Ad
un certo punto - ha spiegato lo storico Laforgia - gli
italiani hanno fatto la grande scoperta: erano un popolo di
razza ariana. La menzogna della razza viene avallata dai
più grandi scienziati del tempo e anche da quei fascisti a
torto considerati buoni, come il ministro Bottai, che sulle
pagine di "Critica Fascista" contribuì
efficacemente a costruire un sentimento razzista e
antiebraico». L'epurazione dalle scuole colpì circa
cinquemila studenti ebrei italiani. Fu un processo continuo,
incessante, che non creò indignazione nella maggioranza
degli italiani perché l'educazione, fin dalle elementari,
era pervasa dal razzismo. Il messaggio martellante contro
gli ebrei e il sentimento antisemita erano elementi
importanti nella didattica e nell'insegnamento. «Erano
stati educati male», scriverà Primo Levi.
(foto, da sinistra: Adriana Goldstaub e Francesca Franz)
«Quando gli studenti ebrei furono cacciati dalle scuole -
ha spiegato Adriana Goldstaub - non ricevettero la
solidarietà dei loro compagni. Questo è stato il risultato
dell'educazione ricevuta che, unita al conformismo, ha
generato quel sentimento di indifferenza. Insomma il
ragionamento era: non sta bene farsi vedere insieme a chi è
emarginato. La gente non si indignò un po' per pigrizia, un
po' per non rischiare, un po' perché in queste situazioni
ognuno pensa alla cose private. E forse è proprio il
conformismo il sentimento e il male più pericoloso e
presente ancora oggi».
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Michele
Mancino
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