| Nedo Fiano,
sopravvissuto ad Auschwitz, ha incontrato gli studenti delle
medie superiori al teatro di piazza Repubblica «Vi
racconto come hanno ucciso mia madre»
Antonio
Lupacchino, provveditore agli studi? Assente. Marco
Reguzzoni, presidente della Provincia di Varese? Assente.
Entrambi sostituiti da altrettante relazioni lette da
funzionari e assessori. Per una volta l'appello, e a
ragione, potrebbero farlo gli studenti delle scuole
superiori, intervenuti numerosi al teatro di Varese per
ascoltare la testimonianza di Nedo
Fiano, unico sopravvissuto della sua famiglia al campo
di sterminio di Auschwitz. Hanno risposto presente: il
sindaco e professore Aldo Fumagalli e il prefetto Guido
Nardone. Il primo, accolto dai fischi e dai mugugni della
giovane platea, dopo una gaffe temporale («Oggi è il
giorno della memoria», la ricorrenza è invece il 27
gennaio, data della liberazione di Auschwitz), si è
dileguato nel giro di qualche minuto. Il secondo, invece, è
stato l'unica istituzione rimasta fisicamente presente fino
all'ultimo ad ascoltare la toccante testimonianza di
Fiano.
Due
ore di racconto vivo, appassionato, crudo. Di fronte a lui
mille studenti inchiodati alle poltrone ad ascoltare in
religioso silenzio. «Il clima di oggi ricorda quello di
allora», ha esordito Fiano, riferendosi alla mancanza di
riscaldamento del teatro «d'altronde non si puo' parlare di
Auschwitz stando al caldo». Trovare definizioni precise,
puntuali per descrivere la shoah è difficile, e Fiano lo
sa. La sua è una memoria fervida, viva che incarna una
volontà di testimonianza superiore. Con sé ha una borsa da
cui estrae degli oggetti. Lo fa in sequenza: prima di
iniziare adagia sul tavolo dei relatori la casacca a righe,
quella che usavano nel lager. Poi si rituffa in quella borsa
carica di ricordi ed estrae un mattone. «Appartiene al
forno crematorio numero due, quello dove è stata bruciata
mia madre». Si toglie la giacca, alza la manica del
maglione e fa vedere il numero di matricola che i nazisti
gli hanno tatuato sul braccio sinistro.
La sua storia
l'ha raccontata in 450 scuole, in decine di trasmissioni e
dibattiti. Ma il dolore e la commozione riaffiorano puntuali
nel terribile viaggio di sette giorni per raggiungere
Auschwitz, nelle urla strazianti e disumane dei neonati
senza cibo, nel distacco dalla madre avviata alla camera a
gas, negli incontri sulla banchina del lager, nell'odore
acre e pungente della morte che fuoriusciva dai camini del
forno crematorio, negli ordini delle SS ripetuti da Fiano in
tedesco, nel latrato dei dobermann, nelle bastonate e nelle
mille umiliazioni subite, nelle migliaia di corpi distesi e
avvinghiati l'uno all'altro sul pavimento della camera a
gas.
«I vagoni che arrivavano ad Auschwitz vomitavano fuori la
gente. Le persone non scendevano, ma era il terrore che le
afferrava e l'85 per cento veniva mandato subito a morire.
Ho visto scendere da un vagone un gruppo di bambini con i
giocattoli ancora in mano e li ho visti avviare con le loro
maestre nelle camere a gas. Per le SS d'altronde eravamo
degli scarafaggi e non provavano nessun rimorso nello
schiacciarci. In loro c'era la volontà di annullare la
nostra dignità di uomini e di persone. Volevano
trasformarci in animali».
I ragazzi
rimangono ammutoliti. «Le domande - conclude Fiano - se non
le fate voi a me, sarà la vita a farle a voi. Dobbiamo
abituarci a vedere negli altri dei fratelli e a dividere con
loro gioia e dolore. Gli uomini sono tutti uguali a
prescindere dalla fede religiosa e dal colore della pelle e
ricordatevi che la libertà non è un dono di Dio ma un
prodotto dell'uomo».
Michele Mancino
michele@varesenews.it
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