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TESTIMONIANZE

Il giorno della memoria - Uno scritto di Francesco Gallina pubblicato nel 1996 sulle pagine del "Cairoli" ricorda la figura del professor Pio Foà, insegnante del liceo varesino, deportato e assassinato ad Auschwitz insieme ai suoi due figli

Tragica odissea, la storia del professore Foà

                                                                                                     
[...]Mi sono imbattuto per la prima volta nel nome del professor Pio Foà lo scorso anno quando, con quel gruppo di ragazzi che hanno collaborato alla costruzione della mostra sulla Resistenza a Varese, per meglio capire e materializzare il fenomeno storico di cui ci stavamo occupando, abbiamo deciso di procedere ad alcune interviste a coloro che, giovani nel biennio 1943/1945, avevano dato vita alla resistenza antifascista e antinazista in città; nel corso di alcune di quelle interviste due simpaticissime «ragazze», le signore Anita Tibiletti e Cecilia Pedoja, dopo aver raccontato dei loro viaggi a Milano, del ritorno con fasci di stampa clandestina mescolati ai libri di studio, del coprifuoco e dei bombardamenti, raccontarono anche aneddoti della loro esperienza liceale, qui al «Cairoli», e soprattutto dell'atmosfera che vi regnava alla fine degli anni Trenta.

Fra un ricordo e l'altro, mentre man mano si chiariva il quadro dentro cui si svolgeva la formazione dei giovani nella scuola del regime e la priorità che esso dava a sabati in divisa e ad altre amenità ginniche e/o premilitari, affiorò anche il ricordo di un insegnante per l'epoca atipico, gran cultore di latino, di greco, di filosofia e di poesia, capace di trasmettere ai suoi ragazzi non solo l'amore per la cultura classica ma anche, anzi direi soprattutto, quello per «l'humanitas» che in essa si respira.

Ancora, dopo quasi sessant'anni, alla sig. Anita rilucevano gli occhi di commozione riportando alla memoria «la profondità e l'ariosità di quelle lezioni bellissime» del prof. Foà. Sapendo che nel quadro della nostra ricerca avremmo dato un occhio anche agli archivi del vecchio Liceo, ci chiese di farle avere notizie, se ne avessimo trovato, in merito alla sorte di quell'incantevole e affascinante professore che, essendo di origine ebraica, sparì d'incanto dalla scuola all'indomani dell'entrata in vigore della legislazione antiebraica del 1938.

Del suo passaggio al «Cairoli» restano poche tracce materiali, disperse nell'archivio dell'istituto: una scheda autografa relativa allo «Stato Personale»; una lettera del Preside del Liceo-Ginnasio di Cividale del Friuli, datata ottobre 1937, nella quale si dà atto dell'avvenuto pagamento dello stipendio di quel mese ad opera della stessa scuola, da cui il prof. Foà è stato trasferito al Liceo «Cairoli» nello stesso mese; una serie di tabelle stipendiali che ricostruiscono le tappe della sua permanenza a Varese: novembre e dicembre 1937, da gennaio ad ottobre 1938.

Dall'analisi delle poche note che compongono lo «Stato Personale», quella cartella nella quale sono raccolte generalità e curriculum vitae dell'insegnante e le tappe della sua carriera professionale, si evincono alcune informazioni interessanti sulla vita del prof. Foà. Nato a Milano nel 1894, si laurea in filosofia e nell'anno scolastico 1923/1924 è supplente nel Regio Ginnasio «G. Berchet» di Milano, nel quale, superato il concorso nel 1925, figura come «straordinario» nel 1932 e «ordinario» nel 1923. Risulta sposato con Michelina Biancotti ed ha tra figli: Anna, nata il 7 novembre 1925, Enrica, nata l'8 agosto 1927 e Giorgio, nato il 15 febbraio del 1933. Ha al suo attivo ben tre pubblicazioni di cui stranamente, data la prassi di acquisire i volumi dei docenti, non rimane traccia nella biblioteca del «Cairoli». I titoli sono indicativi di quella cultura classica vasta e approfondita di cui facevano cenno le sue alunne:

- L'influenza di Scelomò ben Gabirol (Avicebron) sulla filosofia scolastica.

- Commento alle Orationes in S. Rullum di Cicerone.

- Commento al II libro delle Storie di Erodoto.

Cultura rispettosa delle proprie radici, visto l'interesse per il filosofo e poeta ispanico-ebraico dell'XI secolo, cultura gentile di un uomo che immagino gentile e delicato. Dalle tabelle stipendiali e soprattutto da alcune notazioni a margine, del Preside dell'epoca, presumo, si intuiscono alcuni elementi di frizione con l'amministrazione scolastica: ripetutamente una mano ignota scrive accanto alle somme che il prof. Foà deve percepire la richiesta di indicazioni sulla residenza della famiglia, che il professore dichiara rimasta a Milano per alcuni mesi. Poi, lapidaria e fredda, l'annotazione sull'ultima tabella, quella relativa all'erogazione dello stipendio relativo al mese di ottobre 1938: spedire a Milano.

Il prof. Foà, docente di ruolo nel «ginnasio superiore», non fa più parte della pubblica amministrazione; ne è stato allontanato in seguito all'entrata in vigore dei decreti legislativi di settembre e ottobre di quello stesso anno, quelli che passano alla storia con il generico nome di «leggi razziali» e che, nonostante le successive revisioni storiografiche, vennero applicate con estrema rigidità e durezza dagli organi dello stato fascista. Norme complesse quelle dettate dalle leggi antiebraiche, ma assolutamente chiare nel significato: privare i cittadini ebraici di ogni diritto civile, realizzare nei loro confronti una durissima emarginazione, espellerli da ogni luogo pubblico e richiuderli nel «ghetto» della separazione totale; quindi «fuori gli studenti ebrei dalle scuole pubbliche e private frequentate da alunni italiani (ad eccezione - nel caso la "razza" fosse stata temperata da un battesimo - di quelle private cattoliche); fuori il personale direttivo, insegnante, amministrativo, di custodia, ecc. di "razza ebraica"; fuori gli ebrei dalle accademie; fuori dalle scuole i libri di testo frutto, anche parziale, di mano ebraica».

Cacciato dalla scuola italiana perché ebreo, il prof. Foà visse, come molti ebrei italiani, anni amari per l'emarginazione, anche culturale e professionale, insensata e «accompagnata da una capillare opera di virulenta diffamazione condotta attraverso la stampa e altri circuiti culturali, quali la scuola, le università, i dibattiti pubblici» e che via via sgretolò l'iniziale indifferenza con cui la legislazione razziale sembrava essere stata accolta dalla maggioranza del popolo italiano per sostituirla, in maniera progressiva, con l'intima soddisfazione - spesso tacita e, ahimè!, ricorrente tentazione - per la discriminazione che faceva «giustizia» di presunti parassiti sociali.

Cacciati dalle scuole pubbliche, si impose per le comunità ebraiche il compito di costruire istituzioni educative autonome e autogestite nelle quali raccogliere le centinaia di ragazze e ragazzi che lo stato italiano aveva barbaramente estromesso. Il prof. Foà collaborò attivamente alla costruzione di quel grande centro di cultura e di formazione umana che fu la «mitica» scuola ebraica di via Eupili a Milano.

Ma giunse il settembre del 1943, lo sfascio dell'esercito italiano, l'occupazione tedesca e l'ultimo, tragico, ringhio fascista di Salò. Per gli ebrei italiani cominciò la drammatica odissea della persecuzione, dell'arresto, dell'avvio ai campi di concentramento e di sterminio.
Dopo i primi grandi arresti, dopo la devastazione e il saccheggio del tempio, della scuola e degli altri centri di iniziativa della comunità milanese, al prof. Foà non restava che tentare la via pericolosa dell'espatrio clandestino attraverso la frontiera con la Confederazione elvetica.

E' su questo confine, che per molti segnò l'ingresso alla Libertà, che si consuma la tragedia di quest'uomo e della sua famiglia: il 31 ottobre del 1943 si avvia verso la zona di Monte Olimpino, alle spalle di Como, per sentieri scoscesi, in mezzo ai boschi, portando con sé Anna, Enrica e il piccolo Giorgio di soli undici anni; è un cammino faticoso, richiede molte soste, occorre un'estrema cautela perché la zona è ampiamente pattugliata dai militi della ricostituita Milizia Confinaria di Salò e dalle truppe tedesche della Guardia di frontiera, non bisogna far rumori e farsi notare, in quei drammatici giorni ogni persona avvistata può essere una spia, ogni passante un delatore... Ecco la rete, mancano un centinaio di metri, Giorgio, esausto, si accascia, ha bisogno di un po' di riposo; il prof. Foà lascia Enrica con il piccolo, con Anna si accosta alla rete di confine, apre un varco, Anna passa mentre il padre torna indietro, si carica Giorgio sulle spalle e, tenendo per mano Enrica si avvia; dalla boscaglia sbuca una pattuglia, - italiani? tedeschi? che importa! - i tre vengono presi, afferrati mentre Anna, gli occhi sbarrati, trattenuta a stento dai doganieri svizzeri, assiste impotente e fissa nel cuore e nella mente l'ultima immagine del padre e dei fratelli.

Pio Foà, Enrica Foà, Giorgio Foà vengono incarcerati a San Vittore a Milano, vivono l'odissea di tanti ebrei italiani, vengono inclusi nel quinto convoglio che partirà dalla stazione centrale di Milano il 6 dicembre 1943 per giungere ad Auschwitz il giorno 11 (246 deportati identificati, cinque reduci); qui i due ragazzi non passano la «selezione» e vengono uccisi il giorno stesso del loro arrivo; il prof. Foà sopravviverà per altri quattro giorni e verrà ucciso il 15 dicembre. [...]

Francesco (Chicco) Gallina

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