Fra
un ricordo e l'altro, mentre man mano si chiariva il quadro
dentro cui si svolgeva la formazione dei giovani nella scuola
del regime e la priorità che esso dava a sabati in divisa e ad
altre amenità ginniche e/o premilitari, affiorò anche il
ricordo di un insegnante per l'epoca atipico, gran cultore di
latino, di greco, di filosofia e di poesia, capace di
trasmettere ai suoi ragazzi non solo l'amore per la cultura
classica ma anche, anzi direi soprattutto, quello per «l'humanitas»
che in essa si respira.
Ancora,
dopo quasi sessant'anni, alla sig. Anita rilucevano gli occhi di
commozione riportando alla memoria «la profondità e l'ariosità
di quelle lezioni bellissime» del prof. Foà. Sapendo che nel
quadro della nostra ricerca avremmo dato un occhio anche agli
archivi del vecchio Liceo, ci chiese di farle avere notizie, se
ne avessimo trovato, in merito alla sorte di quell'incantevole e
affascinante professore che, essendo di origine ebraica, sparì
d'incanto dalla scuola all'indomani dell'entrata in vigore della
legislazione antiebraica del 1938.
Del
suo passaggio al «Cairoli» restano poche tracce materiali,
disperse nell'archivio dell'istituto: una scheda autografa
relativa allo «Stato Personale»; una lettera del Preside del
Liceo-Ginnasio di Cividale del Friuli, datata ottobre 1937,
nella quale si dà atto dell'avvenuto pagamento dello stipendio
di quel mese ad opera della stessa scuola, da cui il prof. Foà
è stato trasferito al Liceo «Cairoli» nello stesso mese; una
serie di tabelle stipendiali che ricostruiscono le tappe della
sua permanenza a Varese: novembre e dicembre 1937, da gennaio ad
ottobre 1938.
Dall'analisi
delle poche note che compongono lo «Stato Personale», quella
cartella nella quale sono raccolte generalità e curriculum
vitae dell'insegnante e le tappe della sua carriera
professionale, si evincono alcune informazioni interessanti
sulla vita del prof. Foà. Nato a Milano nel 1894, si laurea in
filosofia e nell'anno scolastico 1923/1924 è supplente nel
Regio Ginnasio «G. Berchet» di Milano, nel quale, superato il
concorso nel 1925, figura come «straordinario» nel 1932 e «ordinario»
nel 1923. Risulta sposato con Michelina Biancotti ed ha tra
figli: Anna, nata il 7 novembre 1925, Enrica, nata l'8 agosto
1927 e Giorgio, nato il 15 febbraio del 1933. Ha al suo attivo
ben tre pubblicazioni di cui stranamente, data la prassi di
acquisire i volumi dei docenti, non rimane traccia nella
biblioteca del «Cairoli». I titoli sono indicativi di quella
cultura classica vasta e approfondita di cui facevano cenno le
sue alunne:
-
L'influenza di Scelomò ben Gabirol (Avicebron) sulla filosofia
scolastica.
-
Commento alle Orationes in S. Rullum di Cicerone.
-
Commento al II libro delle Storie di Erodoto.
Cultura
rispettosa delle proprie radici, visto l'interesse per il
filosofo e poeta ispanico-ebraico dell'XI secolo, cultura
gentile di un uomo che immagino gentile e delicato. Dalle
tabelle stipendiali e soprattutto da alcune notazioni a margine,
del Preside dell'epoca, presumo, si intuiscono alcuni elementi
di frizione con l'amministrazione scolastica: ripetutamente una
mano ignota scrive accanto alle somme che il prof. Foà deve
percepire la richiesta di indicazioni sulla residenza della
famiglia, che il professore dichiara rimasta a Milano per alcuni
mesi. Poi, lapidaria e fredda, l'annotazione sull'ultima
tabella, quella relativa all'erogazione dello stipendio relativo
al mese di ottobre 1938: spedire a Milano.
Il
prof. Foà, docente di ruolo nel «ginnasio superiore», non fa
più parte della pubblica amministrazione; ne è stato
allontanato in seguito all'entrata in vigore dei decreti
legislativi di settembre e ottobre di quello stesso anno, quelli
che passano alla storia con il generico nome di «leggi razziali»
e che, nonostante le successive revisioni storiografiche,
vennero applicate con estrema rigidità e durezza dagli organi
dello stato fascista. Norme complesse quelle dettate dalle leggi
antiebraiche, ma assolutamente chiare nel significato: privare i
cittadini ebraici di ogni diritto civile, realizzare nei loro
confronti una durissima emarginazione, espellerli da ogni luogo
pubblico e richiuderli nel «ghetto» della separazione totale;
quindi «fuori gli studenti ebrei dalle scuole pubbliche e
private frequentate da alunni italiani (ad eccezione - nel caso
la "razza" fosse stata temperata da un battesimo - di
quelle private cattoliche); fuori il personale direttivo,
insegnante, amministrativo, di custodia, ecc. di "razza
ebraica"; fuori gli ebrei dalle accademie; fuori dalle
scuole i libri di testo frutto, anche parziale, di mano ebraica».
Cacciato
dalla scuola italiana perché ebreo, il prof. Foà visse, come
molti ebrei italiani, anni amari per l'emarginazione, anche
culturale e professionale, insensata e «accompagnata da una
capillare opera di virulenta diffamazione condotta attraverso la
stampa e altri circuiti culturali, quali la scuola, le università,
i dibattiti pubblici» e che via via sgretolò l'iniziale
indifferenza con cui la legislazione razziale sembrava essere
stata accolta dalla maggioranza del popolo italiano per
sostituirla, in maniera progressiva, con l'intima soddisfazione
- spesso tacita e, ahimè!, ricorrente tentazione - per la
discriminazione che faceva «giustizia» di presunti parassiti
sociali.
Cacciati
dalle scuole pubbliche, si impose per le comunità ebraiche il
compito di costruire istituzioni educative autonome e
autogestite nelle quali raccogliere le centinaia di ragazze e
ragazzi che lo stato italiano aveva barbaramente estromesso. Il
prof. Foà collaborò attivamente alla costruzione di quel
grande centro di cultura e di formazione umana che fu la «mitica»
scuola ebraica di via Eupili a Milano.
Ma
giunse il settembre del 1943, lo sfascio dell'esercito italiano,
l'occupazione tedesca e l'ultimo, tragico, ringhio fascista di
Salò. Per gli ebrei
italiani cominciò la drammatica odissea della persecuzione,
dell'arresto, dell'avvio ai campi di concentramento e di
sterminio.
Dopo i primi grandi arresti, dopo la devastazione e il
saccheggio del tempio, della scuola e degli altri centri di
iniziativa della comunità milanese, al prof. Foà non restava
che tentare la via pericolosa dell'espatrio clandestino
attraverso la frontiera con la Confederazione elvetica.
E'
su questo confine, che per molti segnò l'ingresso alla Libertà,
che si consuma la tragedia di quest'uomo e della sua famiglia:
il 31 ottobre del 1943 si avvia verso la zona di Monte Olimpino,
alle spalle di Como, per sentieri scoscesi, in mezzo ai boschi,
portando con sé Anna, Enrica e il piccolo Giorgio di soli
undici anni; è un cammino faticoso, richiede molte soste,
occorre un'estrema cautela perché la zona è ampiamente
pattugliata dai militi della ricostituita Milizia Confinaria di
Salò e dalle truppe tedesche della Guardia di frontiera, non
bisogna far rumori e farsi notare, in quei drammatici giorni
ogni persona avvistata può essere una spia, ogni passante un
delatore... Ecco la rete, mancano un centinaio di metri,
Giorgio, esausto, si accascia, ha bisogno di un po' di riposo;
il prof. Foà lascia Enrica con il piccolo, con Anna si accosta
alla rete di confine, apre un varco, Anna passa mentre il padre
torna indietro, si carica Giorgio sulle spalle e, tenendo per
mano Enrica si avvia; dalla boscaglia sbuca una pattuglia, -
italiani? tedeschi? che importa! - i tre vengono presi,
afferrati mentre Anna, gli occhi sbarrati, trattenuta a stento
dai doganieri svizzeri, assiste impotente e fissa nel cuore e
nella mente l'ultima immagine del padre e dei fratelli.
Pio
Foà, Enrica Foà, Giorgio Foà vengono incarcerati a San
Vittore a Milano, vivono l'odissea di tanti ebrei italiani,
vengono inclusi nel quinto convoglio che partirà dalla stazione
centrale di Milano il 6 dicembre 1943 per giungere ad Auschwitz
il giorno 11 (246 deportati identificati, cinque reduci); qui i
due ragazzi non passano la «selezione» e vengono uccisi il
giorno stesso del loro arrivo; il prof. Foà sopravviverà per
altri quattro giorni e verrà ucciso il 15 dicembre. [...]