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In famiglia avevano molti decorati per meriti militari, ma dopo le leggi razziali del 1938 quel passato da patrioti italiani non contava più nulla

Mi chiamo Gianfranco Moscato e sono ebreo italiano

Mi chiamo Gianfranco Moscato e sono ebreo. Quella che io chiamo la mia guerra è iniziata nel 1938, con la promulgazione delle leggi razziali fasciste. Allora non avevo ancora 14 anni e vivevo a Milano. Ero il più giovane di cinque figli maschi e avevo perduto il papà l’anno prima. Noi siamo italiani da molte generazioni. I miei nonni sono da parte di mio papà i Moscato di Urbino e gli Olivetti di Biella; da parte di  mamma i Vitale di Alessandria e i Del Vecchio di Ferrara.
La mia era una famiglia proletaria: mio fratello maggiore, David, era rimasto a lavorare in Etiopia, dopo avervi fatto la guerra per l’Italia fascista; gli altri tre fratelli erano impiegati in aziende private a Milano e io studiavo.

Un fratello di mio papà, Roberto Moscato, ufficiale decorato era morto in combattimento sul Carso nella Prima guerra mondiale, e un fratello di mia mamma, Clemente Vitale, era gran mutilato della stessa guerra. La mia era quindi una famiglia con alti sentimenti patriottici italiani e fu per me, ragazzo, un grande shock vedermi cacciato da scuola perché ebreo e constatare che per la stessa ragione mio fratello David, zii e cugini, dipendenti statali, perdevano il posto di lavoro.
A seguito di queste leggi fasciste non ci consideravano più italiani: a mio zio Clemente, gran mutilato, tolsero anche la tessera dell' associazione (senza per questo restituirgli il polmone perso per la patria italiana!).
Noi abitavamo in una casa popolare, in viale Certosa a Milano, zona allora di periferia: là eravamo nati in quattro fratelli dal 1912 al 1924 ed eravamo molto ben voluti dagli inquilini del caseggiato.
Quando nel 1940 l’Italia entrò in guerra, essendo gli ebrei esclusi dal servizio militare a causa delle leggi razziali fasciste, i miei tre fratelli milanesi vennero chiamati a prestare il servizio di lavoro obbligatorio: Sandro a tagliare legna per il Comune di Milano, Giorgio a scegliere rottame "pregiato" tra gli scarti di lavorazione di un’industria milanese. Ricordo che quando tornavano a casa raccontavano della solidarietà da parte operai con i quali avevano contatto e delle idee antifasciste che venivano loro prospettate.

Nel 1939, non potendo andare a scuola, mi impiegai e sul mio libretto di lavoro, che ancora conservo, c’è una bella scritta rossa: "di razza ebraica", a fianco del mio nome e a fianco di quello dei miei famigliari. Nel 1943 lavoravo da uno spedizioniere che era nativo di Ala (Trento) e, riferendosi ai nazisti, ricordo molto bene che mi diceva testualmente in dialetto trentino: "Franchetto (Gianfranco) , se i te ciapa i te copa!!!!"

Quando cadde Mussolini, per noi fu una grande gioia, ma molto breve perché subito arrivò l’8 settembre e due dei miei fratelli, Giorgio e Sandro, di ritorno da un breve soggiorno in agosto nel trentino, raccontarono della massiccia entrata in Italia delle truppe naziste. Quindi io, ricordando quanto mi aveva detto il mio principale e della improvvisa visita che ufficiali nazisti fecero nell’abitazione del fratello di mia mamma,  cercando non si sa cosa, ma dicendo "Jude" (ebreo), dissi a mia mamma e ai miei fratelli, che volevo rifugiarmi in Svizzera.

Decidemmo così che mio fratello Sandro mi avrebbe accompagnato alla frontiera di Cantello, sopra Varese (dove nel frattempo lavoravo con il mio principale che era lì sfollato con la sua Ditta) per esaminare la possibilità di espatrio clandestino.Era il 17 settembre del 1943, un venerdì, e alla frontiera ci dissero che alla sera gli svizzeri l’avrebbero chiusa e che accettavano solo i militari italiani sbandati, che cercavano rifugio. Ricordo che molti soldati meridionali volevano invece tornarsene a casa e che cercavano indumenti civili, per non essere presi dai nazifascisti.
Fu così che mio fratello Sandro scambiò i suoi evstiti con uno due di loro e così vestiti da militari passammo sotto il reticolato di frontiera. Alcuni cittadini di Cantello ci hanno aiutato e cii assicurarono che avrebbero avvertito la nostra mamma e i fratelli, che nel frattempo ci attendevano a Gavirate (Varese), dove eravamo sfollati a seguito dei forti bombardamenti alleati su Milano.

Dopo qualche giorno che ci eravamo in Svizzera, mio fratello Sandro ed io, passata la paura di essere respinti in Italia, ci dichiarammo rifugiati civili e così restammo internati sino all’aprile del 1945. Noi eravamo entrati in Svizzera sicuri che la guerra sarebbe finita dopo brevissimo tempo. Con me  avevo  una banconota da cento lire,  che in Svizzera non valeva quasi nulla e che conservo gelosamente ancora oggi

Quella frontiera poco dopo venne chiusa e gli altri due miei fratelli, che tentarono per ben tre volte di attraversare il confine, vennero sempre respinti dagli svizzeri. Dovettero andare a Milano, nel nostro appartamento e trovare un con grande rischio tornare a Milano per cercare un documento che comprovasse che fossero ebrei e perseguitati per poter essere accettati alla frontiera.
Poi però venni a sapere dagli ebrei svizzeri che anche in Italia era iniziata da parte dei fascisti e dei nazisti, la caccia agli ebrei e quindi ero molto preoccupato per la vita della nostra mamma che avevamo lasciato a Gavirate, in provincia di Varese, dove a causa dei bombardamenti, eravamo sfollati.

Immensa fu quindi la gioia quando il 29 ottobre di quel 1943 mi giunse dalla Svizzera uno scritto di mia madre, che con la famiglia di sua sorella, Renata Rietti, era entrata in Svizzera dal valico di Cantello (dove eravamo passati noi), aiutati dal parroco e dalla buona popolazione locale.
Così restai in Svizzera 18 mesi: noi fratelli in un campo di lavoro a dissodare il terreno ai margini di un fiume straripato alcuni decenni prima, e la mamma in un albergo di montagna attrezzato per le famiglie dei rifugiati. Noi dormivamo in baracche, sui pagliericci, ma almeno eravamo al sicuro.
Il 26 aprile del 1945, esattamente il giorno dopo della liberazione di Milano, con il solo mio fratello Giorgio attraversai nuovamente la frontiera, clandestinamente a Ponte Tresa, rientrando a Milano dove fummo a luogo festeggiati dai coinquilini della casa dove eravamo nati e divenuti adulti. Il nostro appartamento era stato occupato da una fascista repubblicana che aveva bruciato i nostri mobili, ma dopo pochi giorni ci fu possibile, con gioia, rientrarvi.

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