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Il riso ebraico è contro di sé questa è la sua grandezza

Si puo’ ridere della Shoah?

Si puo’ ridere della Shoah? Una domanda impegnativa , a cui Moni Ovadia è stato invitato a rispondere. Di fronte a lui, nell’aula magna dell’università dell'Insubria, i ragazzi dell’istituto tecnico commerciale Daverio.
«Il ridere svolge una funzione antinecrofila – ha esordito Ovadia- una funzione vitale, un pensiero quando diventa rigido diventa necrosi, morte».
I ragazzi stanno attenti, barricati un po’ sul fondo della sala. Ovadia è abituato al pubblico, è un interlocutore intelligente, modula il linguaggio, si fa capire senza problemi. Il brusio iniziale diventa silenzio e l’attenzione sale.

«Il riso ebraico è contro di sé questa è la sua grandezza- continua il cantore yiddish-. neppure Dio sfugge al ridere ebraico. Nell’ebraismo non c’è ossequienza nei confronti di nessuno, il divino e l’umano hanno pari dignità. Il popolo del patto è il popolo della democrazia».
Ovadia è abile tira le fila della storia senza perdere di vista il presente. Ripercorre tutta la vicenda di Abramo e la sua lotta contro l’idolatria, forma religiosa della tirannia, un'immagine per dominare e sottomettere l’uomo, che gli impedisce di essere padrone della propria vita. «Nessuno si illuda di essere al sicuro finché esistono tiranni. Il Tiranno è caratterizzato sempre da una mente paranoide».
Parla del pericolo della globalizzazione, quello rappresentato dal nuovo dio mercato. «Il mercato non è Dio», dice perentorio.

Liquida il problema della razza con una battuta, citando un episodio legato alla figura di Albert Einstein, che alla domanda di che razza fosse, risponde con semplicità disarmante "umana". Chiudendo una volta per tutta la questione.
Sorride Ovadia e ricorda ai professori presenti di non respingere nessuno, di ammettere tutti agli esami, perché Hitler, "l’imbianchino austriaco", non era stato ammesso all’accademia di Vienna.

Che cosa è, chi è l’ebreo? «Come persona è uguale agli altri. Ci sono ebrei per tutte le stagioni». Non si è ebrei per natura, ma per passaggio cognitivo, è ebreo chi ha preso il destino ebraico su di sé. E che cosa c’è di meglio per spiegarlo se non una storiella delle sue. «Su una carrozza del metro’ a New York- racconta Ovadia- un vecchio ebreo originario dell’est, appena arrivato dalla Polonia, vede un negro vestito da ebreo ortodosso, che legge con attenzione un giornale scritto in ebraico. Lo guarda e non si capacita. Ma prima di scendere gli dice 'essere negro non ti bastava'».
Ovadia riprende da dove è partito, dal ridere. Isacco, figlio di Abramo, viene dal verbo ebraico tzakhak , ridere, e  significa colui che rise. Quando ad Abramo fu annunciato dall'arcangelo, travestito da viandante, che sarebbe divenuto padre a 99 anni, rise come un matto, anche perché la moglie ne aveva 90. L’utopia, il riso ebraico è il riso dell’utopia. Il progetto ebraico è il riso dell’inatteso, dell’imprevisto. E quando ad Abramo viene ordinato di sacrificare il figlio Isacco, ancora una volta il cammino scelto è quello dell’interiorità, dell'ascolto del Dio vivente, sancendo in questo modo l’inviolabilità della vita.
Abramo sceglie il cammino cognitivo antidolatrico, un percorso di libertà, un cammino interiore, che per Hitler e per lo stesso Stalin, altro non erano che una minaccia.
Ride Ovadia, pensando ai Nazisti, la razza eletta, che oggi si troverebbero costretti a riconoscere schiere di ebrei tra i miti del nostro tempo: da Johnny Weissmuller, l’unico vero tarzan del teleschermo, a Mark Spitz recordman nel nuoto alle olimpiadi, fino a Paul Newman archetipo della bellezza hollywoodiana.
Chi è allora Isacco? È il sopravvissuto che ride.

Michele Mancino
michele@varesenews.it

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