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13 idee per salvare il capitalismo?

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24 giugno 2011

Ho letto con divertita incredulità l’articolo di Federico Rampini pubblicato su Repubblica il
22 Giugno. L’articolo, dal titolo pretenzioso e accattivante – Chi salverà il capitalismo -, fa
riferimento ad un dibattito lanciato dalla rivista americana The Nation intorno alla fatidica
domanda: immaginate di poter reinventare il capitalismo, da dove comincereste?
Ed ecco studiosi, esperti, imprenditori e finanzieri spremersi le meningi per individuare ben
tredici idee nuove, anzi innovative, per offrire un sicuro approdo alla petroliera dell’economia
mondiale, che imbarca acqua da tutte le parti.
Bene, mi sono detto incuriosito, scopriamo cos’hanno partorito le menti brillanti che salveranno
il capitalismo.
Prima rivoluzionaria idea: più società cooperative, perché le attività delle no profit, non essendo
finalizzate a massimizzare il profitto, hanno maggiore ricaduta sulla collettività.
Giusto, ho pensato, ma io lavoro già nel no profit da molti anni, non è proprio una novità.
Passiamo alla seconda: controllori indipendenti. È l’unico modo, si scrive, per garantire un
concreto impegno di alcune imprese nei confronti dei lavoratori e dell’ambiente. Forse Rampini
e gli studiosi americani non hanno mai sentito parlare di Responsabilità Sociale d’Impresa, ma
è da molto tempo che esistono marchi indipendenti (un esempio su tutti: Valore Sociale) sui
processi produttivi e le esternalità negative delle imprese.
Nel leggere la terza idea innovativa non ho potuto trattenere una risata: una tassa sulle
transazioni finanziarie. Ma davvero? La Tobin Tax è una proposta che ha più di vent’anni di vita
ed è stata sostenuta, oltre che da molti autorevoli economisti, anche da numerose campagne,
l’ultima delle quali si chiama Zerozerocinque.
La quarta idea è talmente grottesca da commentarsi da sola: per salvare il capitalismo
della “mano invisibile” del mercato libero servirebbe nientemeno che un maggiore potere del
governo nel settore privato!
Proseguendo in ordine sparso nella esilarante lettura ci si imbatte in altre trovate geniali, come
smettere di considerare il PIL come unico indicatore del benessere economico e finanziario
(fu Robert Kennedy a dirlo nei primi anni sessanta), diminuire i compensi dei grandi manager
abolendo al contempo la responsabilità limitata che ne consente l’impunità, perfino sostenere
nuove forme di microcredito per aggirare il potere delle grandi banche.
Insomma, scrive Rampini, gli autori che hanno raccolto la sfida di The Nation sono pensatori out
of the box, innovatori capaci di “immaginazione morale e spirituale”.
Non una parola su chi da moltissimi anni fa di queste battaglie una ragione di vita, sui
movimenti, le associazioni e le ONG che formulano ogni giorno proposte alternative dal basso,
con passione e costanza. Forse non interessano perché, troppo facilmente etichettati come no
global, sono considerati antisistema e quindi indegni di partecipare al dibattito.
Già, perché il dibattito non è intorno a come trasformare la nostra economia malata in qualcosa
che sia finalmente a servizio della collettività e non solo di pochi attori che fanno enormi
profitti a spese di tutti. Il tema è come salvare il capitalismo, quasi fosse una specie in via di
estinzione da cui dipende il destino dell’umanità. Solo così è possibile spacciare come una
novità l’analisi e le proposte che da anni la società civile italiana e internazionale cercano di
portare all’attenzione non solo delle istituzioni ma anche di gran parte dei media, dai quali sono
sistematicamente ignorati.
 
Quelle stesse proposte Rampini preferisce metterle in bocca ai grandi esperti americani, con il
paradossale risultato che a salvare il capitalismo risulterebbero essere proprio le ricette da anni
propugnate dai no global.
Albert Einstein amava dire, riferendosi naturalmente alla fisica, che “non è possibile risolvere
un problema con lo stesso tipo di pensiero che si è usato per crearlo”. Gli ultimi accadimenti, a
cominciare dai risultati dei referendum del 12 e 13 giugno, ci regalano la speranza che possa
essere un principio applicabile anche alla politica. È tempo di cambiare tipo di pensiero, anzi sta
già accadendo.
Speriamo che se ne accorga anche Repubblica.
Giacomo Petitti

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