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26 agosto: Enzo Baldoni

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26 agosto 2011

Egregio Direttore,

non è la prima volta che mi siedo di fronte alla tastiera per scrivere alla stampa in occasione del 26 agosto.
Oggi, mentre scrivo, sono esattamente cinque anni o, se preferisce, 84 mesi, 364 settimane o 2556 giorni da quello presunto della morte, per assassinio in Iraq, di Enzo Baldoni.
Scrivo perché non voglio che questo anniversario sia dimenticato, diciamo che mi sento in obbligo, per parte mia, di conservare questo tra i tanti pezzi della memoria collettiva che non devono essere dimenticati: come nel libro e nel film di Farenheit 451, dove ciascuno dei ribelli impara a memoria un singolo libro per poterlo tramandare.
Purtroppo non ho memoria sufficiente, né la necessaria sintesi, per ricordare le molte vite vissute da Enzo, i suoi reportages, i suoi lavori, la sua incredibile carica umana che me lo fecero considerare un amico negli anni in cui, pur senza mai incontrarlo di persona, fui uno dei suoi tanti  corrispondenti, in uno dei luoghi che aveva creato grazie a internet per vivere, lavorare, imparare e altro ancora.
Lo ricordo perché devo ricordarlo, in un paese in cui questo anniversario non sarà ricordato dal Presidente del Consiglio né dal ministro degli esteri (gli stessi che, in carica già allora, non fecero nulla o quasi per salvarlo), non lo ricorderà il Presidente della Repubblica che, come il suo predecessore, non ha mai risposto ad una petizione che, il 22 aprile 2006, chiedeva venisse consegnata alla memoria di Baldoni una simbolica medaglia , non d’oro che a lui sarebbe parso troppo, ma di cristallo per ricordarne il sacrificio in nome del diritto all’informazione e alla ricerca della verità; una petizione cui aggiunsi la mia firma, dietro altre 228 di persone che si consideravano vicine ad Enzo e volevano per lui un riconoscimento.
Forse lo ricorderanno invece, per altri motivi fra cui sarebbe troppo ottimistico voler inserire il rimorso, gli onorevoli Maurizio Scelli e Renato Farina. Il primo, allora Commissario Straordinario della Croce Rossa, si occupò delle trattative per il rilascio, rendendole cosa privata, tacendo la natura dei suoi contatti, tacendo persino le circostanze del sequestro (e del contemporaneo assassinio dell’interprete Garheeb): prelevati mentre viaggiavano in un convoglio della CRI. E bisogna tacere per carità di patria dell’uso pubblicitario che Scelli fece del proprio ruolo negli anni successivi, con il continuo annuncio della trattativa per il recupero delle spoglie, per fortuna alla fine restituite alla famiglia (ovviamente non dal deputato).
Renato Farina , in arte agente Betulla, che per anni si è finto giornalista pubblicando invece a pagamento le veline che gli arrivavano dal servizio segreto (lo posso scrivere perché è verità giudiziaria), a suo tempo si distinse nella pratica dell’insulto: la sua (sua?) intenzione era quella di sminuire il caso trasformando un giornalista in un, cito, "Turista intelligente" andato in un paese in guerra per incauto bisogno d’avventura. Betulla pubblicò insulti, fece umorismo, scrisse sciocchezze, mentre veniva pagato da due padroni: uno furbo, l’altro gabbato per anni del piccolo obolo quotidiano destinato all’acquisto di quello che credeva un giornale.
Mentre scrivo queste lettere, ogni volta, rifletto sul mio stato d’animo e sullo spazio che dedico a ricordare chi va ricordato e chi invece non deve sfuggire alle proprie responsabilità, ogni volta noto che i secondi prendono il sopravvento nello spazio e nel tempo necessario, nella fatica per rivedersi sempre le fonti ed evitare imprecisioni, nell’attenzione di chi legge. Eppure,in realtà, il mio sentire è un altro, non vorrei tanto veder pagare i colpevoli e ristabilita la verità, vorrei soprattutto poter ricevere ancora un’email di Enzo, l’invito a un ritrovo della Zonker’s Zone, leggere il suo reportage dall’Iraq e quelli che avrebbe scritto dopo.
I ministri restano, i presidenti tacciono, commissari e betulle fanno carriera in un Paese in cui nulla sembra cambiare mai. Questa notte ho inoltrato di nuovo, ‘stavolta solo con la mia firma, la lettera che chiede la medaglia di cristallo al Presidente Napolitano, non so se sia stato esercizio inutile. So che, come scriveva Bertolt Brecht, è fortunato il Paese che non ha bisogno di eroi; questo Paese deve sentirsi onorata non di avere avuto questo eroe, non della morte, ma della nascita in Italia di Enzo Baldoni perché è solo l’esistenza di uomini come lui che dà ancora speranze a questo paese.
 
Cordiali saluti
 
Mauro Sabbadini, vicepresidente provinciale Arci Varese

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