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A proposito di alluvioni

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2 dicembre 2013

Caro Direttore,

permettimi qualche considerazione a proposito delle alluvioni che hanno colpito la Sardegna due settimane fa ed altri territori del nostro Paese in queste ultime ore. Abbiamo negli occhi le immagini di allagamenti, di smottamenti, di funerali; nelle orecchie i lamenti di tanta povera gente, i commenti dei tecnici (non ho mai capito perché mai i tecnici esperti parlino sempre “dopo” e mai “prima”: a pontificare a posteriori siamo bravi tutti), le preghiere del Papa. Del cordoglio dei politici e degli Amministratori locali sinceramente, farei volentieri a meno. Il più delle volte se la cavano con frasi di circostanza, quelle che si dicono con le facce tristi,  quelle stesse frasi che sono state espresse mesi prima da qualcun’altro da  qualche altra parte per il solito motivo: la solita routine di chi recita a memoria un canovaccio collaudato. Questo, quando va bene, perché qualche volta rischiano di “inciampare” come è capitato ultimamente alla signora on. Comi quando è stata ospite della trasmissione Agorà.

Più che il dolore, vero o posticcio che sia, servirebbe una politica capace di mettere in sicurezza il territorio, una politica capace di vietare gli scempi urbani, gli abusivismi edilizi, la violenza continua ai paesaggi; in una parola niente più condoni! Piove da sempre e da sempre i fiumi si ingrossano e qualche volta esondano: mica lo sanno i fiumi  che quel tale ospedale è stato costruito in un luogo pericoloso! E che tutte quelle case che si porta via di volta in volta erano a norma perché avevano usufruito di una sanatoria! Continuerà a piovere forte anche in futuro e i fiumi non  si intendono di condoni; non sanno leggere né scrivere, né conoscono le astuzie per aggirare le leggi; loro (i fiumi) conoscono solo il loro letto e non ne vogliono sapere di cambiare direzione. Sono ignoranti, proprio come gran parte dei “nostri” politici e Amministratori. Ah! Se avessero studiato Machiavelli! Senti un po’ cosa dice nel XXV cap. del Principe:

“… E assimiglio quella (la fortuna) a uno di questi fiumi rovinosi che, quando si adirono, allagano  e’ piani, rovinano li arbori e li edifizi, lievano da questa parte terreno, pongono da quella altra: ciascuno fugge loro dinanzi, ognuno cede all’impeto loro senza potervi in alcuna parte ostare. E, benché  sieno così fatti, non resta però che gli uomini, quando sono tempi quieti, non vi potessino fare provvedimenti con ripari ed argini: in modo che, crescendo poi, o egli anderebbono per uno canale o l’impeto loro non sarebbe né sì dannoso né sì licenzioso.”

Così scriveva il Nostro nel 1512. In verità, si riferiva, allegoricamente, al modo di governare uno Stato ma la lezione, ancora oggi, è attuale oltre che  indiscutibile.

C’ è un solo problema: bisognerebbe studiare. A prescindere.

Grazie per l’ospitalità.

Giosuè Romano

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