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Acqua e energia beni comuni: un referendum sulla vita

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9 giugno 2011

Si è tentato in ogni modo di sequestrare l’informazione e di esorcizzare il dibattito sui referendum nello scellerato tentativo di sottrarre ai cittadini la più costruttiva opzione sul futuro che gli ultimi anni hanno riservato agli elettori. Dopo quindici anni di rituali consultazioni popolari, prevalentemente su marchingegni elettorali o su questioni care alla casta o alle corporazioni, questa volta siamo interpellati nientemeno che su privatizzazioni, politica energetica e uguaglianza dei cittadini di fronte alla legge. Non solo assi strategici del governo in carica, ma cardini di politica economica e sociale che hanno a che vedere con il superamento della crisi e delle disuguaglianze economiche, oltre che con la convivenza sociale. Quello che impressiona è come evitare il quorum sia stato e rimanga l’unico ossessivo obiettivo di cinque mesi di trucchi e di oscuramento del dibattito pubblico. Purtroppo, il tempo sottratto alla discussione ci ha impoverito di una riflessione e di una maturazione collettiva sullo spostamento dell’attenzione dall’economia alla vita. Uno spostamento che caratterizza quello che viene chiamato il “vento nuovo” e che la politica si ostina a non capire. Infatti sono proprio le nuove generazioni che non ci stanno a farsi monetizzare l’esistenza, ad ammonirci che decenni di amministrazione degli interessi dei più forti a danno del bene comune li priva dell’essenza della democrazia, che è la possibilità di creare una società – come dicevano Pasolini e Bocca – in cui “i figli dei contadini, degli operai, degli artigiani, abbiano le stesse opportunità dei figli dei borghesi e dei padroni”. Ci stiamo tutti accorgendo – a destra come a sinistra – che siamo di fronte alla rarefazione delle risorse necessarie e indispensabili a vivere , alla mercificazione e monetizzazione di ogni forma di vita e salute, alla privatizzazione delle decisioni pubbliche relative alla valorizzazione e uso dei servizi comuni come l’energia, l’acqua, la scuola. Da questa constatazione sono nati i referendum e la gente se ne è accorta, al punto da partecipare in questa campagna a migliaia di iniziative, darsi momenti di ritrovo, puntare sulla creatività e, potrei dire, sull’allegria dello stare insieme. Eppure, non ci è stata data la possibilità di una discussione pubblica limpida e si è così volutamente indebolita quella funzione di spartiacque discriminante tra due concezioni opposte – si no – che l’istituto del referendum sa svolgere positivamente nei passaggi storici, come è avvenuto ad esempio ai tempi del divorzio e dell’aborto. Perché di vera discriminante si tratta per l’appuntamento del 12 e 13 Giugno e i casi dell’energia e dell’acqua sono tra i più emblematici e di rilevanza strategica per il divenire delle società umane e della biosfera che caratterizza il pianeta.
Niente cattura l’attenzione quanto l’accostamento delle parole vita e universo. Ci sono voluti miliardi di anni per formare i mattoni necessari a qualunque forma di complessità chimica come quella del fenomeno che chiamiamo «vita», così dipendente – come sappiamo – dall’acqua. Questi mattoni si sono formati in seguito a una lenta sequenza di reazioni nucleari all’interno delle stelle: dall’idrogeno diffusissimo fino all’uranio, relativamente instabile. Se l’universo non fosse così “vecchio” e espanso, sarebbe così denso di energia in tutti i suoi punti da non consentire pianeti raffreddati e stelle assai distanti che li irraggiano e li illuminano. E’ per questo che su un pianeta del sistema solare  come la Terra è apparsa la vita, che si è evoluta e differenziata fino ai nostri giorni e che verrebbe meno senza acqua o con troppo consumo istantaneo di una energia accumulata nei millenni, quando l’uomo non abitava ancora la Terra, come è nel caso del petrolio o, ancor più, dell’uranio.
Non farci discutere dell’insostituibilità dell’acqua come bene comune o dell’alternativa tra atomo e sole, vuol dire negarci la discussione centrale di questa fase storica: come assicurare la sopravvivenza e un avanzamento civile quando le risorse naturali incominciano a scarseggiare. Tutti, dopo Chernobyl e Fukushima, hanno capito che un reattore a fissione funzionante come quelli ad altissima potenza che Berlusconi vorrebbe acquistare da Sarkozy, è in termini energetici un incidente latente “moderato e controllato”, fatale per la vita. Contenuto e tenuto a bada da barre, circuiti di raffreddamento, contenitori a tenuta stagna, complessi sistemi software, fintantoché non se ne scopre l’insostenibile effetto termico e radiante, a seguito di qualche incidente non eliminabile in principio, in quanto prodotto dall’ambiente naturale o dalla quotidianità di cui l’impianto è entrato a far parte. La scelta di abbandono del nucleare, come quella di sottrarre alla privatizzazione l’acqua per consegnarla al governo territoriale dei cittadini, non è quindi roba da ingegneri, ma riflessione alla portata di qualsiasi persona responsabile. Per questo votare Si al referendum è atto che andrebbe sostenuto, promosso, valorizzato, o contrastato se la si pensa diversamente. Chi – come il presidente Formigoni e al contrario del presidente della Repubblica – ci dice di andare a spasso il 12 e 13 Giugno, continua a pensare che il futuro in democrazia non ce lo costruiamo con le nostre mani, ma consegnando le nostre teste nelle mani altrui, sempre gli stessi…
Forse, dopo lo sconquasso dei decenni passati, siamo alla più importante svolta di politica economica e sociale del nuovo millennio, che prevede il ritorno nel campo dei beni comuni del sole e dell’acqua, due fonti di vita, di giustizia climatica e sociale, di lavoro qualificato e di occupazione dignitosa. Perché farcela sfuggire rinunciando a quella sovranità popolare che il referendum e il voto ci consentono di confermare?

Mario Agostinelli

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