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Amburgo 1938: i sovietici affrontano e mettono in fuga i nazisti

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10 luglio 2017

F. Timme, W. B. Mengers, F. Merzenich e K. Schröder: quattro militanti comunisti processati negli anni Trenta dai tribunali tedeschi, in base alla legge marziale, per “tentata sovversione” e condannati a morte per decapitazione. Un simile evento non aveva mancato di suscitare nel mondo una vasta eco che trovò espressione in numerose manifestazioni di protesta…

Accadde così che in un giorno di settembre del 1938 entrarono nel bacino del porto di Amburgo, facendo suonare trombe e sirene, quattro navi mercantili nuove di zecca, inalberanti la bandiera dell’Unione Sovietica con la falce e il martello. Niente di straordinario per un porto dove era cosa abituale vedere sventolare le bandiere di tutte le nazioni in possesso di una flotta; inoltre il Terzo Reich intratteneva relazioni commerciali con qualsiasi paese. Sennonché sul fianco delle navi si potevano chiaramente leggere i nomi, tracciati a lettere bianche, dei quattro militanti summenzionati.

Qualcuno doveva aver avvisato le autorità, perché il porto formicolava di uomini in uniformi brune e nere: SA e SS. I commenti che ricorrevano fra di essi erano pieni di indignazione: «È un’insolenza bella e buona! Gliela faremo pagare!». I sovietici avevano appena attraccato e calato la passerella, che quegli uomini, armati fino ai denti, mossero con battelli, motoscafi e rimorchiatori all’arrembaggio delle quattro navi. Il capo di quelle squadre, un certo Klaas Vierkant, che i sovietici impiccarono alla fine della guerra per atti di crudeltà, intimò: «Quei nomi devono essere immediatamente cancellati». Allora il capitano del mercantile sovietico, che era rimasto solo nella sala di comando a fronteggiare i nazisti, si limitò a premere un pulsante e a soffiare in un fischietto. Il capitano era giovane, basso e tarchiato, con i capelli rasati, e parlava perfettamente tedesco con forte accento baltico.

Ed ecco, al suo segnale, gli uomini dell’equipaggio, armati di mitra, occupare i passaggi a sinistra e a destra della sala di comando, mentre i macchinisti invadevano il ponte con in mano spranghe e aste di ferro. A questo punto, calmissimo, il capitano fece: «Signori, senza dubbio vi siete dimenticati che vi trovate su suolo russo. Vi accordo trenta secondi per sloggiare. Uno, due, tre…». Era chiaro che i sovietici, aspettandosi qualcosa del genere, si erano preparati. L’ufficiale arrivò a contare sino a venti, dopodiché non vide se non le schiene degli ultimi intrusi che si precipitavano fuori dalla sala di comando, mentre attorno a lui il ponte di ferro risuonava per lo scalpiccio degli stivaloni di tutta quella gente che si affrettava a raggiungere la passerella. Da quando era spuntato l’astro Adolf Hitler, mai era successo agli eroi nazisti di doversela filare a quel modo con la coda fra le gambe. E le quattro navi, con i nomi dei quattro decapitati sulla prua, svuotarono in pace le stive, imbarcarono buona merce tedesca e presero il largo, falce e martello al vento.

P.S.: questa magnifica rievocazione di un episodio storico realmente accaduto, che ho lievemente rimaneggiata per renderne più spedita la lettura, si può leggere alle pagine  686-687 del romanzo di Arnold Zweig, “La scure di Wandsbeck”, pubblicato dall’editore Feltrinelli nel 1956. Il modo e le circostanze in cui sono riuscito ad avere in prestito questo romanzo meritano di essere brevemente narrate. Leggendo un saggio di Cesare Cases, valente germanista e critico letterario, mi imbattei a suo tempo nella segnalazione di questa opera dello scrittore tedesco Arnold Zweig (da non confondere con Stefan Zweig, noto scrittore austriaco), che il Cases definiva come una delle più acute e documentate ricostruzioni del clima politico, culturale e umano della società tedesca durante il periodo nazista. Purtroppo del libro in questione sembrava che non vi fosse traccia nei cataloghi digitali delle biblioteche del Genovesato da me consultati, finché, perseverando nella ricerca, mi riuscì di scoprire che l’unica copia disponibile della “Scure di Wandsbeck” si trova presso l’unica biblioteca della Polizia di Stato che esista in Italia. Naturalmente esistono alcune biblioteche presso le sedi della PS, ma sono tutte di carattere specialistico, cioè giuridico, mentre quella di cui sto parlando è la sola ad avere un carattere generale e ad essere aperta alla cittadinanza. Orbene, si può immaginare la mia sorpresa quando ho scoperto che tale biblioteca è ubicata in quella caserma di Bolzaneto dove furono portati e pestati a sangue i manifestanti anti-global in occasione del G8 del 2001.

Così, recatomi in questa caserma per richiedere in prestito il tanto agognato libro, ho avuto il piacere di essere ricevuto con grande cortesia da Alessandro Sabbadin, un agente della polizia in borghese che gestisce da anni con passione e competenza una biblioteca di tutto rispetto ospitata in locali moderni e confortevoli e dotata di ben 8000 volumi, frutto di varie donazioni, prevalentemente afferenti al campo della narrativa e della saggistica storica. Questa biblioteca, che è stata voluta dalla direzione della Polizia di Stato per riallacciare un rapporto con la cittadinanza che si era fortemente incrinato, comprende persino una sezione dedicata ai libri che sono stati pubblicati sugli scontri genovesi di sedici anni fa. Ricordo infine che, assieme all’agente che ho nominato, hanno avuto una funzione importante nella creazione e nello sviluppo di questa inedita istituzione culturale anche due studenti universitari di lettere moderne, i quali in periodi differenti hanno svolto il servizio civile presso la caserma di Bolzaneto.

Eros Barone

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