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Apprendisti stregoni ed epidemia di sovrapproduzione

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21 novembre 2008

Egregio direttore,
il ministro Tremonti ha così rappresentato il quadro della crisi economico-finanziaria mondiale: “È come vivere dentro un videogame che non si può spegnere”. Ha quindi aggiunto: “Nel videogame ci aspettano altri mostri, le carte di credito; le attese bancarotte societarie; e infine il mostro dei mostri, il fallimento dei derivati con effetti collaterali incalcolabili”.
Tuttavia, secondo il ministro, dalla crisi non si arriverà alla scomparsa del capitalismo, che si riproporrà invece “in una dimensione più umana e in uno scenario più etico”. Sennonché l’idea che il capitalismo possa riformarsi grazie ad un energico ricostituente etico è soltanto una pia illusione. Infatti, la causa profonda della crisi non è il cattivo comportamento di alcuni individui. Se fosse così, basterebbe costringerli a comportarsi meglio in futuro. È quello che i capi di governo intendono quando parlano di “trasparenza, onestà e responsabilità”. Ma tutti sanno che la finanza internazionale è trasparente come un pozzo nero e che la confraternita dei banchieri è onesta come una cosca mafiosa e responsabile come un giocatore d’azzardo compulsivo. Non ha senso, quindi, attribuire la causa della crisi all’avidità e alla corruzione dei banchieri (anche se questi sono eccezionalmente avidi e corrotti). Quei vizi sono piuttosto l’espressione della decadenza di tutto un sistema, l’espressione della crisi organica del capitalismo. Il problema non è costituito né dall’avidità di certi individui né dalla mancanza di liquidità o dall’assenza di fiducia. Il problema è che il sistema capitalistico è investito da una crisi di portata storica e dimensioni mondiali.

La causa profonda della crisi consiste nel fatto che lo sviluppo delle forze produttive ha superato i ristretti limiti della proprietà privata e degli Stati nazionali. L’espansione e la contrazione del credito sono spesso presentate come causa della crisi, ma ne sono soltanto i sintomi più evidenti. Le crisi sono, in effetti, parte integrante del sistema capitalistico, come Marx e Engels spiegarono 160 anni fa: “I rapporti borghesi di produzione e di scambio, i rapporti borghesi di proprietà, insomma la moderna società borghese, che ha come per incantesimo prodotto mezzi di produzione e di scambio tanto potenti, è come l’apprendista stregone incapace di controllare le potenze sotterranee da lui stesso evocate. La storia dell’industria e del commercio è ormai da decenni solo la storia della sollevazione delle moderne forze produttive contro i moderni mezzi di produzione, contro i rapporti di proprietà che esprimono le condizioni di esistenza e di dominio della borghesia. Basta citare le crisi commerciali, che nel loro minaccioso ricorrere ciclico mettono sempre più in questione l’esistenza dell’intera società borghese. Nelle crisi commerciali viene regolarmente distrutta una grande parte non solo dei prodotti ma persino delle forze produttive già costituite. Nelle crisi scoppia un’epidemia sociale che in tutte le altre epoche sarebbe stata considerata un controsenso: l’epidemia della sovrapproduzione. La società si trova improvvisamente ricacciata in uno stato di momentanea barbarie; una carestia, una guerra di annientamento totale sembrano sottrarle ogni mezzo di sussistenza; l’industria, il commercio appaiono distrutti, e perché? Perché la società ha incorporato troppa civiltà, troppi mezzi di sussistenza, troppa industria, troppo commercio. Le forze produttive di cui essa dispone non servono più allo sviluppo della civiltà borghese e dei rapporti borghesi di proprietà; al contrario, esse sono diventate troppo potenti per quei rapporti, ne sono frenate, e non appena superano questo ostacolo gettano nel caos l’intera società borghese, mettono in pericolo l’esistenza della proprietà borghese. I rapporti borghesi sono diventati troppo angusti per contenere la ricchezza che essi stessi hanno prodotto. Come supera le crisi la borghesia? Da una parte con l’annientamento coatto di una massa di forze produttive; dall’altra conquistando nuovi mercati e sfruttando più a fondo quelli vecchi. In che modo, insomma? Provocando crisi più generalizzate e più violente e riducendo i mezzi necessari a prevenirle.”

Queste parole del “Manifesto del partito comunista” sembrano scritte ieri.

Enea Bontempi

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