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Articolo Uno

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1 maggio 2013

Non credo che la nostra Costituzione repubblicana sia «la più bella del mondo». Ma certamente ha rappresentato la migliore soluzione politica possibile nel momento storico in cui fu elaborata. Perché la Costituzione non è spuntata, nella nostra storia, come «un fiore pungente», per usare la bella immagine proposta da Giuseppe Dossetti nel 1994, non è nata casualmente «da un arido terreno di sbandamenti postbellici e da risentimenti faziosi volti al passato». Sulle spalle dei nostri costituenti gravava l’esperienza del fascismo e della guerra. E pur partendo da posizioni politiche e visioni del mondo distanti e contrapposte, quella esperienza comune (la «coscienza esperienziale» di cui parlò Dossetti) consentì di mettere a fuoco un orizzonte condiviso. «Volevamo un’Italia diversa», scrisse Vittorio Foa cinquant’anni dopo la fine della guerra.
In questi ultimi anni, nello sbandamento politico e culturale che ha scompaginato le ragioni stesse del nostro stare insieme come comunità nazionale, abbiamo sentito talvolta ripetere la necessità di modificare il primo comma del primo articolo della nostra Costituzione, laddove si afferma che «L’Italia è una Repubblica democratica, fondata sul lavoro».

E probabilmente oggi, in un tempo in cui il lavoro, nella pienezza del suo valore, appare come un obiettivo sempre più lontano nei progetti esistenziali delle giovani generazioni, il senso di quella solenne affermazione potrebbe addirittura apparire beffardo. Non è forse inutile, allora, riascoltare le ragioni che, dopo un lungo dibattito, consentirono alle molte anime dell’Assemblea costituente di incontrarsi e riconoscersi in quella formulazione. Il relatore, che sottopose all’approvazione finale quel primo articolo, così le illustrò nel corso della seduta del 22 marzo del 1947: «Dicendo che la Repubblica è fondata sul lavoro, si esclude che essa possa fondarsi sul privilegio, sulla nobiltà ereditaria, sulla fatica altrui e si afferma invece che essa si fonda sul dovere, che è anche diritto ad un tempo per ogni uomo, di trovare nel suo sforzo libero la sua capacità di essere e di contribuire al bene della comunità nazionale. Quindi, niente pura esaltazione della fatica muscolare, come superficialmente si potrebbe immaginare, del puro sforzo fisico; ma affermazione del dovere d’ogni uomo di essere quello che ciascuno può, in proporzione dei talenti naturali, sicché la massima espansione di questa comunità popolare potrà essere raggiunta solo quando ogni uomo avrà realizzato, nella pienezza del suo essere, il massimo contributo alla prosperità comune. L’espressione “fondata sul lavoro” segna quindi l’impegno, il tema di tutta la nostra Costituzione […]». Chi pronunciò queste parole si chiamava Amintore Fanfani, democristiano.

Enzo R. Laforgia

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