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Aspromonte 1862: il Risorgimento ferito

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27 novembre 2012

La ricorrenza del 150° anniversario dell’episodio di Aspromonte induce ad interrogarsi sulle origini repubblicane dello Stato unitario, denegate e rimosse a causa della vittoria dei moderati e dei monarchici. Che Giuseppe Mazzini debba morire clandestino a Pisa, dove si faceva chiamare mister Brown, nella patria che ha contribuito a costruire da protagonista, è motivo di indignazione ancor oggi; che Garibaldi accetti di ritirarsi a Caprera quale novello Cincinnato può impressionare come tutti i miti post-risorgimentali, ma lascia dubbiosi ancor oggi, poiché si trattava in realtà di un confino malamente mascherato. Anche se su queste circostanze, non meno che su Aspromonte, si è steso il velo dell’oblio, anche se la carità di patria può dissimulare ma non sanare le ferite che hanno segnato il moto nazionale e la nostra stessa identità storica di italiani, occorre riconoscere che Aspromonte è il cuore del Risorgimento, l’evento rivelatore delle tensioni e dei conflitti interni che lo attraversavano.
(Immagine : Garibaldi ferito in Aspromonte. Litografia museo del Risorgimento di Genova)
Ecco allora due fatti che vanno posti in rapporto: nel 1834 Garibaldi aveva tentato di far ammutinare la flotta del Regno di Sardegna e per poco riuscì a sfuggire all’arresto e alla successiva condanna a morte; nel 1862 viene gravemente ferito al piede dal fuoco della fucileria dell’esercito italiano. Passano gli anni e i decenni, Garibaldi diviene “l’eroe dei due mondi”, “il generale delle camicie rosse”, una leggenda vivente, ma quella condanna in contumacia rimane sempre valida, anche se non viene eseguita. Nell’estate del 1862 Garibaldi si pone come obiettivo la liberazione di Roma e fa appello, come nel 1860, al volontariato, che è il tratto distintivo del nostro Risorgimento: duemila uomini accorrono al richiamo del generale rivoluzionario.
L’Europa assiste attonita ed ammirata al ripetersi di un’impresa ‘pazzesca’, improbabile e avventurosa come quella che, due anni prima, aveva visto una banda di mille volontari sconfiggere un esercito regolare di centomila uomini; improbabile e avventurosa come sarà, fra il 1943 e il 1945, la stessa Resistenza, non a caso definita “secondo Risorgimento”. Sennonché l’atteggiamento ambiguo del presidente del Consiglio, Urbano Rattazzi, che cerca di giocare su più tavoli, con assai minore abilità rispetto a Cavour, una partita che per le sue implicazioni coinvolgeva non solo il neonato Stato italiano, ma anche gli equilibri internazionali, lascia nell’incertezza sino all’ultimo lo ‘status’ della spedizione garibaldina. Come nella primavera e nell’estate del 1860, tutto può fallire, tutto può riuscire. Questa volta, però, quei volontari saranno trattati come semplici ribelli, poiché, prevalendo le pressioni diplomatiche della Francia e di altri Paesi, si dirà che essi violavano la legalità interna ed internazionale. Il prezzo da pagare per sostenere questa tesi consisterà nel far finta di ignorare che il Risorgimento è, per definizione, una continua violazione della legalità e che mai si sarebbe compiuto rispettando la legalità esistente.
Non che la posizione del governo italiano non avesse le sue buone ragioni, se è vero che non esiste governo senza una politica internazionale e se è vero che la politica internazionale del governo italiano in quel momento mirava a legittimare, nel quadro europeo e mondiale, uno Stato unitario sorto da una rivoluzione nazionale, ossia da una patente violazione della legalità costituita. Il conflitto sanguinoso fra l’esercito italiano e i volontari garibaldini, che si consuma sull’Aspromonte, è nella sua essenza tragico, posto che, come ci insegnano gli studiosi della letteratura antica, la tragedia nasce dall’urto fra due ragioni contrarie e inconciliabili. Perciò l’unica via di uscita fu il rapporto di forza. Rimane, tuttavia, senza risposta l’interrogativo che viene spontaneo: era davvero necessario sparare contro Garibaldi? non era sufficiente fermare i volontari, senza sparare sull’uomo che più di tutti incarnava l’ideale della nazione? possiamo davvero escludere che quella condanna a morte, mai eseguita ma anche mai revocata, abbia orientato la direzione di tiro dei fucilieri del regio esercito italiano?

Eros Barone

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