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Aspromonte e Sarnico

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28 novembre 2012

Il 19 luglio del 1862 Garibaldi era di nuovo a Marsala. Attorniato da una folla entusiasta e plaudente, pronunciò la famosa frase – ma forse la urlò la folla – : “O Roma o morte!”
L’equivoco col Governo Rattazzi non per questo cessò di alimentarsi. Garibaldi era ufficialmente in Sicilia, nel 1862, per preparare una spedizione nei Balcani o in Grecia. Il governo regio aveva garantito armi e diarie dopo i fatti di Sarnico nel maggio dello stesso anno, quando Garibaldi aveva radunato le camicie rosse per un’azione in Trentino.
Il governo regio, a Sarnico, lasciò organizzare i volontari per poi intervenire pesantemente e bloccare l’iniziativa. Il bergamasco garibaldino Francesco Nullo, a capo dell’organizzazione, fu arrestato. Moti di protesta ebbero inizio a Bergamo e a Brescia  dove Francesco Nullo era rinchiuso nelle carceri con altri volontari garibaldini. L’esercito sparò sulla folla davanti
alle carceri di Brescia lasciando a terra tre morti e numerosi feriti. La tensione tra i volontari garibaldini e i vertici dell’esercito regio raggiunse il culmine quando Garibaldi stesso definì i militari “scherri mascherati “ e “boia“ chi aveva dato ordine di sparare sui dimostranti.
I conti sarebbero stati saldati solo tre mesi dopo, in Aspromonte. Garibaldi, nel 1862, da Marsala, traversò tutta la Sicilia fino a Messina con oltre diecimila volontari armati senza che l’esercito potesse o volesse intervenire. Furono rimossi i vertici dell’esercito. Coloro che avevano dubitato che la volontà del governo fosse veramente quella dei dispacci ufficiali, credevano invece che l’azione in atto avesse le stesse caratteristiche e le connivenze del 1860, ma questa volta per arrivare a Roma. Centinaia di militari diedero le dimissioni dall’esercito per poter seguire Garibaldi, molti disertarono per essere poi sommariamente fucilati a operazione conclusa.
Garibaldi con duemila uomini sbarcò in Calabria. Braccato dall’esercito regio in Aspromonte ordinò ai suoi di non sparare sui fratelli italiani. I fratelli italiani dell’esercito regio avevano l’ordine di sparare, anche su Garibaldi, ormai troppo ingombrante e pericoloso. Ferito all’anca e al malleolo (resterà zoppo) viene arrestato tra i suoi ufficiali mentre si fuma un sigaro, disteso.
Resterà in carcere a Varignano fino al 5 ottobre, con una pallottola ficcata nel malleolo.
Un’amnistia solleverà re e governo dall’onere di dovere allestire un processo da farsa che avrebbe scandalizzato il mondo intero. Il primo ministro inglese Palmerston inviò un letto speciale per Garibaldi, carcerato e ferito. “L’intimazione di Garibaldi di deporre le armi non poteva essere accompagnata da maggior umiliazione. Il Governo non si accorgeva che umiliata con noi era la bandiera gloriosa di Roma e di Varese, di Calatafimi e del Volturno, tutta l’
epopea italiana…” scriverà  il marchese Ruggiero Maurigi, aiutante in campo di Garibaldi.
I fatti del 1862 a Sarnico come in Aspromonte, hanno di fatto tagliato in due il programma di Marsala. Il re era sempre lì, per grazia di Dio, un po’ meno, forse, per volontà della nazione.
Garibaldi tornerà a Caprera, Mazzini morirà anni dopo a Pisa ancora clandestino.

Roberto Gervasini - Varese

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