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Bambini iperattivi, serve una scuola diversa, non psicofarmaci

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6 aprile 2007

Egregio Direttore,

sono una maestra e invio questa lettera, sperando che la mia testimonianza possa trovare spazio. (Chiedo la riservatezza per il recapito telefonico e l’indirizzo).

Con l’approvazione dell’uso degli psicofarmaci per il bambino, in Italia è venuta meno l’ultima possibilità per lui di farsi sentire, l’ultima difesa dal mondo degli adulti che non lo riconosce e non lo rispetta.

La famosa ADHD. Cioè iperattività e difficoltà di attenzione, dipende dal fatto che al bambino non viene più insegnato come gestire se stesso: infatti, fin da quando viene alla luce, la parola d’ordine dei cosiddetti esperti è “assecondare”, quando invece, qualunque mamma in qualunque parte del mondo e in qualunque situazione, sa che è necessario tenere stretto il bambino su binari tracciati dall’esperienza dell’adulto perché possa crescere imparando le regole per rapportarsi con il mondo circostante e poter sviluppare, così, le sue potenzialità.

Purtroppo a sbagliare non è soltanto la famiglia che potrebbe credere di dare tanto al figlio assecondandolo in ogni sua richiesta, oppure non ha il tempo e l’energia necessari per dire no quando serve, adeguandosi anche all’insegnamento negativo dei mass-media e della pubblicità, ma è anche la scuola che, ormai da parecchi anni, ha attuato una organizzazione che manca completamente del rispetto delle modalità di crescita del bambino.

Infatti il bambino della Scuola Elementare Statale Italiana rimane tutta la giornata a scuola, quasi sempre seduto nel banco, con un alternarsi di insegnanti, ognuno con il proprio sapere specifico. La psicologia infantile ci diceva che, a questa età, il bambino non può lavorare così a lungo ed ha bisogno di vivere un “rapporto educativo” con un adulto che sappia gestire il lavoro secondo l’andamento della classe, presentando richieste stimolanti nel rispetto delle esigenze dell’età, suscitando così il gusto e la gioia ad andare oltre.

Ora il disagio e le difficoltà del bambino che si trova a vivere in situazioni non adeguate alle sue esigenze, lo portano a difendersi, a reagire come può per cercare di farsi capire e rispettare.

Ma, a questo punto interviene la cosiddetta “pillola dell’obbedienza” che distrugge ogni sua vitalità, ogni sua esigenza e lo piega all’organizzazione imposta dall’adulto.

Quando erano iniziate le difficoltà per il bambino, circa una quindicina di anni fa, a causa della perdita del rapporto educativo con la “maestra”, non avrei mai potuto pensare che si sarebbe arrivati a tanto!

Noi “maestre” cosiddette “seconde mamme” abbiamo dovuto abbandonare il campo andando in pensione anche in anticipo e senza poter lasciare il bagaglio delle nostre esperienze alle nuove leve, ma il bambino è rimasto e la sua sofferenza è aumentata e cerca di ribellarsi come può.

Ora, da quando ho lasciato la scuola, ho continuato a fare interventi in vari convegni e conferenze, ma sono stata ignorata o derisa, ho scritto a tante persone importanti che hanno attinenza con la scuola, ma nessuna risposta. Sembra come se quello che dico sia avulso dalla realtà, addirittura senza senso come se il bambino sia un’altra cosa.

Maria Pia Pellegrinelli, maestra

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