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Barriere culturali e il vezzo del differenziare

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15 gennaio 2009

Caro Direttore,

anch’io preferisco la pratica quotidiana della conversazione ai testi sacri del comunismo, il tempo che manca sempre e non essere quotidianamente avvezza ad analisi filosofiche mi fa ancora di più apprezzare il contributo di chi, come Eros Barone, ci offre accurate letture della realtà contemporanea.

C’è differenza fra un extracomunitario che aspetta l’autobus e un pendolare di Gallarate che prende il treno. Come c’è differenza fra pendolare e pendolare, fra persona e persona anche se allo sguardo paiono annullarsi tutte le differenze, l’andare a passeggio con le famiglie, vivere serenamente il proprio privato. Non possiamo non voler cogliere altro di queste esistenze, la difficoltà di trovare alloggi in affitto, per esempio.

Io sono tra coloro che sentono stridere la parola extracomunitario, parola-barriera che finisce per definire un immigrato in base a ciò che non è, significa non è dei nostri, invece che in base a ciò che è. E’ prima di tutto un essere umano, per lo più appartenente a quella folta schiera di persone che cerca di migliorare la propria vita e quella dei suoi famigliari.
Potrebbe essere divertente cominciare a descrivere gli italiani come “non africani” “non orientali” “non …” In realtà abbiamo bisogno di appartenenza sociale e civile e ci teniamo stretto il nostro essere in Europa, noi sì, comunitari.

No, non è una corazzata Potemkin voler leggere le trasformazioni in atto nella nostra società: una società in cui l’immigrazione c’è, 4 milioni e più di immigrati nel nostro paese fa la differenza, anche se molto poco viene fatto sul piano politico e sociale .
Invece di continuare a dire che anche altri paesi europei tassano il permesso di soggiorno (in Italia si paga già per averlo 60€ o poco più) sarebbe ora di vedere cosa fanno altri paesi per favorire la convivenza, dalla mediazione culturale per cogliere le specificità culturali e non legare ogni situazione e atteggiamento di un immigrato alla “cultura” di un paese, al reciproco rispetto, vitale per una pacifica convivenza.

Che ne è stato in Italia del 2008 anno europeo del dialogo interculturale?
Andiamo a vedere soprattutto politicamente, in Parlamento e fuori, cosa si è voluto fare su queste tematiche…o cosa non si è voluto fare…

Condivido quanto dice Tonino: non c’è bisogno di incappucciati per creare barriere, spesso basta lasciarle crescere incontrollate.

Grazie per lo spazio e un caro saluto a tutti.

Lena Bandi

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