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Bestiario italiano e ‘padano’ dell’estate 2011

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20 agosto 2011

Scorrendo i giornali e guardando la televisione, è possibile trovare, in questa estate italiana e ‘padana’ del 2011, un vasto catalogo dell’attuale bestiario nazionale, che ben palesa le stigmate di un Paese che è sempre più difficile amare, gonfio com’è, purtroppo non solo nella sua classe politica ma anche nella sua base popolare, dei succhi venefici distillati dai tanti fatti e comportamenti, di natura più o meno perversa, che, pur non rientrando nella cronaca nera, costituiscono il sostrato antropologico su cui la stessa criminalità si innesta e trova spazio, finendo poi con il permeare di sé la politica e l’economia. Questa ‘microfisica’, fatta per l’appunto di episodi che possono apparire marginali, ma che sono, dal punto di vista antropologico, molto più significativi della ‘macrofisica’ dei grandi fatti a cui i giornali dedicano pagine e pagine, comprende tutti quegli eventi che nascono dall’irresponsabilità e dalla volgarità quotidiana.
Si può partire da un’esperienza 
comune a milioni di italiani, come quella che riguarda le ferrovie, la quale mostra, ad esempio nelle stazioni, che non solo ragazzi, ma persone adulte e mature sono solite attraversare i binari, nonostante il fischiare di vari treni in movimento, per evitare il fastidio di scendere nel sottopassaggio, in barba al cartello “Vietato attraversare i binari. Servirsi del sottopassaggio”. D’altra parte, è facile constatare che nessuno protesta, nessuno fa multe, e se si fa rilevare l’infrazione si viene presi per il classico ‘senex severior’, autoritario e un po’ inacidito. Il viaggiare in treno, del resto, offre ottima materia al nostro bestiario: basti considerare l’abitudine dei ragazzi stravaccati di appoggiare le scarpe sulla stoffa del sedile di fronte, senza nessun riguardo per chi dovrà in seguito sedervisi.

Passando dalle ferrovie a certe strade statali e provinciali molto frequentate, è altrettanto facile notare sui cigli o nelle immediate adiacenze, per limitarci a un ordine di grandezza più modesto (tralasciando perciò le infinite discariche abusive, i materassi e le lavatrici dismesse ecc. ecc.), pacchetti vuoti di sigarette, pacchetti di plastica pieni e vuoti, bottiglie di vetro e di plastica, confezioni dei più vari alimenti, fazzoletti di carta lanciati da automobilisti sicuramente molto attenti all’igiene personale. È il trionfo del disprezzo nei riguardi dell’ambiente, l’abitudine a considerare il mondo come deposito delle proprie deiezioni, come una discarica sempre aperta.

Giungendo poi alle spiagge, sia marine che lacuali, si presenta lo spettacolo impressionante dei rifiuti più disparati che i bagnanti lasciano sulle spiagge estive (più o meno come accade ai bordi delle strade), senza contare i liquami che una flotta dissennata di natanti a motore scarica nelle acque, provocando scontri spesso mortali e periodiche decapitazioni di incauti bagnanti.


Il razzismo e il classismo che serpeggiano in molti settori del Paese, all’insegna 
dell’anarchia capitalistica tanto cara al berlusconismo, trovano la loro espressione fenomenica in questo modo di occupare lo spazio, che prescinde dalla necessità civica, sociale e morale di salvaguardarlo e di condividerlo, di condividerlo per salvaguardarlo. In questo scenario incanaglito e incattivito (che Leopardi descrisse con icastica e urticante esattezza, quando osservò che “gl’italiani hanno piuttosto usanze e abitudini che costumi”) rientra anche la spettacolarizzazione dei funerali, definiti addirittura da certi cronisti “bellissimi”, che raggiunge il culmine dell’idiozia negli applausi al feretro, singolare sublimazione del dolore nella esaltazione scenografica, tra pagana e barocca, del defunto e nella celebrazione, in chiave warholiana e ‘post mortem’ (“prima o poi tutti hanno un quarto d’ora di notorietà”), dell’importanza dell’apparire, laddove la vacua spettacolarizzazione della vita, l’intorpidimento collettivo della coscienza e la ripulsa di ogni carattere tragico dell’esistenza confluiscono in quella che un acuto sociologo ha definito “brasilianizzazione della società”. D’altronde, che lo spettacolo pubblicitario e quello televisivo pervadano tutta la nostra personalità e stiano minando le basi antropologiche del nostro Paese, è ormai cosa assodata, così come è assodato il fatto che non vi sia alcuna autentica resistenza intellettuale. La televisione, in particolare, continua a superare livelli sempre più avanzati di degradazione e di volgarità grazie alla serie interminabile di ‘reality’ e ‘talk show’, in un bolso tripudio di ‘matta bestialità’ e di cieca aggressività, da cui emerge, insieme con il rifiuto di ogni confronto critico e razionale, l’egemonia “irrazional-popolare” degli istinti più ottusi e degli interessi più egoistici della classe al potere. La stampa, dal canto suo, fornisce una sorta di legittimazione culturale a questa televisione, prendendo sul serio tutti i suoi contorcimenti e le sue distorsioni; gli intellettuali e i politici tacciono,
proni alla impressionante monumentalizzazione del ‘trash’ che la televisione genera, riproduce e diffonde, preoccupati di starci dentro anche loro e di garantirsi il diritto ad ‘apparire’ con una rispettosa deferenza verso il potere imperiale di certi conduttori.

Nondimeno, il bestiario italiano che si è cercato, per sommi capi, di tracciare 
in questa rapida rassegna, non sarebbe completo se non includesse la sua controparte ‘padana’, la quale compete di buon diritto con quello sia sul piano dei risvolti antropologici sia su quello dei comportamenti e del linguaggio. Così,
proprio quando è sempre più evidente la sostanziale debolezza di un messaggio politico fondato sulla prevalente organicità (che qualcuno scambia erroneamente per subalternità) al lungo ciclo del berlusconismo, è toccato ad un’antropologa francese, Lynda Dematteo, opportunamente citata nel pamphlet di Antonio Gibelli, “Berlusconi passato alla storia” (2010), il compito di ricostruire in un saggio intitolato “L’idiotie en politique” la “pragmatica della comunicazione” messa in opera dalla Lega Nord e, segnatamente, dal suo leader. La studiosa francese ha spiegato, in altri termini, come i dirigenti leghisti abbiano saputo trasferire in politica le maschere della commedia dell’arte e del teatro dei burattini. La Dematteo cita, per esempio, il gozzuto Gioppino, folcloristico valligiano bergamasco la cui idiozia era celebrata come una sorta di carisma, e sostiene che, al pari di Gioppino, anche i dirigenti leghisti dissimulano la loro astuzia mimetizzandola dietro una maschera di intenzionale rozzezza. A questo proposito, ammettendo che l’interpretazione della studiosa abbia una sua plausibilità, vale la pena di ricordare come non manchino imitatori di questa “pragmatica” perfino ai vertici dell’‘establishment’. Qualche tempo fa, infatti, parlando dopo Bossi e Cota in una manifestazione politica che si svolgeva a Torino, il ministro Giulio Tremonti non si è peritato di dichiarare: “Noi siamo gente semplice, poche volte ci capita di leggere un libro…”. Come questa asserzione dimostra, l’“idiotismo politico”, quando occorre, può essere mimato anche da un qualificato esponente di quella sottoborghesia italiana che, con una compunzione formale pari alla sua sostanziale improntitudine, non manca mai di marcare la propria presenza nei luoghi e nei momenti in cui avvengono le esternazioni più reboanti e le iniziative più provocatorie del leader della Lega Nord, stretto alleato e buon amico di pranzi e di bevute in quello che si configura come “l’asse del Nord”.

Sono solo frammenti, questi, del bestiario italiano e ‘padano’ di questa estate 
del 2011, il cui catalogo è del resto assai nutrito e richiederebbe, da parte di studiosi di antropologia e di osservatori delle “usanze e abitudini” degli italiani non privi di un adeguato spessore critico, un’attenzione molto maggiore di quella che gli viene riservata da chi non ha ancora compreso i caratteri dell’“egemonia sottoculturale” che domina nell’Italia dei mille populismi (da quello mediatico a quello leghista, passando da quello funerario) e fa dell’accusa di snobismo il peccato mortale che viene immancabilmente attribuito ai pochi intellettuali capaci di andare controcorrente. Ma la crescita illimitata del ‘trash’ in tutti i campi, da quello politico a quello economico, da quello culturale a quello etico, impone di non tacere a chiunque soffra per la degradazione del linguaggio e dei comportamenti, che è quanto dire per la degradazione della vita, e ami, nonostante tutto, il proprio Paese. Se salta infatti il ruolo di mediazione e relativizzazione che la cultura svolge rispetto alle attività umane, tutto è destinato a diventare immediato, senza filtri, pulsionale, tendenzialmente distruttivo, e la conseguenza è quella “brasilianizzazione della società” che rappresenta l’altro volto, apparentemente mite e giocoso, di una macchina feroce fondata sullo sfruttamento, sulla subordinazione, sul cinismo e, in definitiva, sulla totale mancanza di rispetto per l’uomo e per la natura.
Eros Barone

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