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Breve storia di famiglia e alcune riflessioni

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4 aprile 2011

Egr. Direttore,
c’era la guerra, quella del 14-18, quando una parte della mia famiglia di origine è "emigrata" nella provincia di Varese. Gli Austriaci erano già sul Piave, e da Venezia si sentiva il cannoneggiare, così chi poteva se n’è andato profugo. Mia nonna, con i suoi tre figli e il marito al fronte, se n’è andata a Cagli, nelle Marche, sua sorella invece, che di figli ne aveva già 10, assieme alla numerosa prole e al marito è arrivata a Cassano Magnago, già allora industriale città della nostra provincia.
E li sono rimasti. Il marito in una qualche fabbrica addetta alla produzione bellica, la moglie a sfornare altri 3-4 figli…
Gran lavoratori, i veneti, si sa, ma a quei tempi erano guardati con diffidenza e discriminati: altro dialetto, altro modo di cucinare il cibo, altre abitudini.
Ero una bambina quando sono arrivata anch’io qui, negli anni ’60. A parte qualche incomprensione non tanto dialettale (ormai si parlava tutti l’italiano, pur con le varie inflessioni), quanto di abitudini, non mi sono sentita particolarmente discriminata, ma ormai c’era l’altro… strano, contro cui fare discriminazioni.
Gli anni ’60 sono stati caratterizzati dalla grande ondata di immigrazione dal sud…
Quelli si che erano diversi!
E che diamine. Parlavano strano, mangiavano strano, è poi la maggior parte erano giovani soli, la famiglia di origine era rimasta in quella terra sconosciuta, laggiù!
"Non si affitta ai terroni" dicevano i cartelli attaccati sulle facciate delle case… e che diamine… facciamo per loro delle belle baracche di legno. Così devono aver pensato i proprietari della Filiberti, quando hanno costruito l’ameno "quartierino" dall’altra parte della ferrovia, a Cavaria.
Meglio isolarli in un qualche quartiere-ghetto, che stiano fra loro…
E poi c’è stato quel tal caso… la figlia si è innamorata di un terrone… Oddio, oddio, povera figlia, quello ti segrega in casa, e se ti affacci alla finestra… delitto d’onore!
Che miseria, che bassezza culturale!
Il mondo non si può fermare, non si possono fermare le genti del mondo.
Da sempre ci sono state grandi migrazioni, uno scambio fra civiltà, ed è questo che ha fatto grande, e bello e ricco il nostro mondo.
Se ognuno fosse rimasto nel suo campicello, nella sua piazza, fra le 4 persone del suo paese…
Ma restiamo ai nostri "vagabondi"…
Che gli ha preso a Giulio Cesare di andare per largo e per lungo per l’Europa? Non gli bastava Roma… !
E facendo un balzo nella storia… che gli è preso a Cristoforo Colombo, quando è salpato con quelle barchette, e Marco Polo, ma non faceva meglio a restarsene a Venezia?
La storia, immobile, statica… niente viaggi, niente mondo, un piccolo orticello, la piazzetta del paese… il campanile…
Ma così non è.
La gente, per fortuna, si muove nel mondo, le culture si mescolano e si integrano, SI ARRICCHISCONO.
E’ molto più bello e ricco di umanità far parte del mondo, che di un piccolo, piccolo paese.
Ierina Dabalà - Varese

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