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Carlo Cattaneo, un intellettuale lombardo ed europeo

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17 novembre 2008

Egregio direttore,

non è difficile, per chiunque legga con intelligenza e senso storico, gli scritti di Carlo Cattaneo, rendersi conto della mancanza di fondamento che affligge sia i rozzi tentativi di appropriazione politico-ideologica compiuti dalla Lega Nord in chiave più o meno criptosecessionistica sia le anòdine interpretazioni dei manuali di storia, che si limitano a inserirlo nella categoria degli ideologi risorgimentali come esponente del federalismo democratico. In realtà, il risalto che la personalità di Carlo Cattaneo ha assunto nel panorama culturale del nostro paese nasce dal fatto che la sua attività intellettuale si dispiega nel corso dell’Ottocento (1801-1869) e spazia dal campo giuridico a quello scientifico, da quello storiografico a quello politico, da quello letterario a quello linguistico.
Fin dal suo primo articolo, pubblicato nel 1822 sulla rivista fiorentina “Antologia”, il giovane pubblicista rivela il suo interesse per Giandomenico Romagnosi, uno studioso che fu il maggior continuatore della tradizione illuministica nell’Italia della Restaurazione, un maestro di cui Cattaneo si considerò sempre allievo e che non esitò a difendere dalle accuse che gli aveva mosso il filosofo cattolico Antonio Rosmini nel volume “Il rinnovamento della filosofia in Italia” (1830). Cattaneo, recensendo nel 1836 tale volume sugli “Annali universali di statistica”, la rivista fondata da Romagnosi, morto l’anno precedente, difese il maestro dall’accusa più pesante con vigore polemico: «E quest’uomo, appena disceso nella tomba, viene al cospetto del mondo gridato ‘ateo’. E per gridarlo ateo, basta un compilatorello di ràncide controversie scolàstiche…».
Ma l’evento chiave, che segna una svolta nella vita e nello stesso itinerario intellettuale del pensatore milanese, fu il 1848, ossia le Cinque Giornate, quando egli si trovò a capo di quell’insurrezione che gli offrì l’occasione storica, nel conflitto con i moderati filosabaudi e con l’unitarismo di Mazzini, alleato tattico dei primi, per la maturazione della sua ideologia federalista. Dopo questa fondamentale esperienza, prima di trasferirsi nel Canton Ticino, dove risiederà sino alla morte, ebbe ancora un guizzo di passione politica al momento della spedizione dei Mille, quando raggiungerà Garibaldi a Napoli nel settembre del 1860.
Tuttavia, l’esperienza che rivela pienamente la forza di questo intellettuale lombardo, la vastità, la ricchezza e la profondità dei suoi interessi, tali da farne non solo una figura centrale del nostro Risorgimento politico e culturale, ma una personalità di rilievo e di respiro europei, è la rivista “Politecnico”, “Repertorio mensile, come recita il sottotitolo, degli studi applicati alla prosperità e alla cultura sociale” (prima serie: 1839-1844), su cui si può dire che sia stato pubblicato quasi tutto quello che il Cattaneo ha scritto. In questa rivista, che lo consacrerà come uno tra i maggiori scrittori di prosa scientifica dell’Ottocento, si incóntrano storici, linguisti e filosofi, ma soprattutto ingegneri, economisti, sociologi, giuristi, medici, agronomi, geografi, fisici e naturalisti, dando vita ad un dialogo interdisciplinare e pluridisciplinare costantemente alimentato da specifiche indagini della realtà economica, civile e culturale del nostro paese e fecondamente tradotto in concreti progetti di riforme sociali.
Vale la pena di segnalare, a tale proposito, una scelta originale che caratterizza la linea editoriale e linguistica della rivista fondata e diretta da Cattaneo: una scelta che anche chi scrive condivide, pur astenendosi dal praticarla con la necessaria sistematicità. Si tratta della proposta, divenuta norma tassativa per lui e imposta anche ai recalcitranti collaboratori, enunciata nell’articolo del 1843, “Dell’accento sulle voci sdrùcciole per agevolare agli stranieri l’uso della lingua italiana”. In realtà, dopo il primo “Politecnico”, egli fu l’unico a rispettare questa decisione, che di fatto si ispirava al progetto di riforma grafica avanzato dal letterato e lessicografo milanese Giovanni Gherardini. Sennonché, anche in questo campo non mancarono gli eredi più imprevedibili, fra i quali merita di essere ricordato, per la stravaganza tipografica delle sue pagine, il lombardissimo Carlo Dossi, autore di quello zibaldone, non meno divertente che affascinante, che ha il titolo di “Note azzurre” e, come risulta dal giudizio che segue, ammiratore incondizionato del grande intellettuale milanese: «Cattaneo direttore del “Politecnico” correggendo, col tocco magico della sua penna, i più scadenti articoli degli altri autori, li rendeva attraenti».

Eros Barone

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