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Caro Bossi, anche gli insubri si romanizzarono

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25 ottobre 2007

Egregio Direttore,

vorrei far riferimento alle recentissime affermazioni del varesotto Umberto Bossi, che – almeno stando a quanto comparso sulle colonne del quotidiano La Provincia di Como dello scorso sabato 20 ottobre – nel corso di una visita al cantiere del nuovo ospedale Sant’Anna nei dintorni della città lariana, si sarebbe lasciato andare ad una spiacevole quanto contraddittoria dichiarazione legata al fortuito ritrovamento di un antichissimo insediamento durante gli scavi del suddetto cantiere. Egli avrebbe detto che «Quei ritrovamenti sembrano un segno del destino: se fossero stati romani si potevano buttare, ma visto che sono celtici vanno conservati».
Premesso che il sottoscritto ritiene di assoluta e primaria importanza la preservazione e la valorizzazione di vestigia tanto rare appartenenti ad un’epoca remota della storia della nostra Insubria, vorrei rammentare ai tanti estimatori di Bossi che egli, o chi per lui, negli anni passati non ha mai perso occasione per condannare (peraltro coraggiosamente, gliene va dato atto) il fatto che dalle nostre parti gli italici organi statali competenti hanno molto spesso occultato – e lasciato marcire nei sotterranei dei musei – qualunque reperto archeologico non fosse riconducibile alla civiltà romana o etrusca.
Orbene, nel citato articolo adesso si scopre che colui che più di altri si fregia di essere il difensore dell’identità dei popoli padano-alpini, riterrebbe auspicabile applicare al contrario tale inaccettabile prassi, ossia togliere di mezzo qualsiasi ritrovamento romano nel nord Italia.
Nel mio piccolo mi permetto di suggerire cordialmente a Bossi e a chi gli è vicino di approfondire, possibilmente senza paraocchi, tutte le fasi storiche della nostra Terra, e non solo quelle che fanno comodo alla propria partigiana azione politica (tra l’altro a mio parere sempre più ideologizzata). E dico ciò fondamentalmente perché appropriandosi, per fini politici, di istanze culturali e identitarie che dovrebbero essere caratterizzate dalla trasversalità si finisce con renderle invise a chi è di un’altra parrocchia politica . Anche se magari non gli piacerà, Bossi potrà scoprire che, dopo aver dignitosamente resistito fino all’ultimo contro l’avanzata romana, gli Insubres (per un motivo o per l’altro, nel bene e nel male) si romanizzarono gradualmente. Dunque le opere o edificazioni romane che il leader leghista vorrebbe mettere al bando furono in realtà opera dei nostri antenati, non dei Romani, i quali a seguito della conquista non si insediarono qui se non in numero esiguo. Da non dimenticare assolutamente, poi, che la lingua milanese (e le sue varianti locali raggruppate nella grande famiglia delle lingue lombarde occidentali) è definita come un idioma galloromanzo, che deriva direttamente dalla lingua latina innestata sul substrato gallico. Ciò per chiarire le idee anche a chi sostiene che il milanese sia un dialetto derivante dall’italiano: nulla di più lontano dalla realtà.
Pertanto occultare eventuali futuri ritrovamenti dell’età imperiale o tardo-repubblicana nel nostro territorio, oltre che essere segno di superficialità e di faziosità politica, significherebbe prestare un pessimo servizio a tutti gli Insubri del ventunesimo secolo, i quali a mio parere hanno più che mai il diritto e il dovere di conoscere ogni aspetto della storia di questa Terra.

Daniele Tagliabue – Mariano Comense

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