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Caro papà, aiutami a crescere

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18 aprile 2011

Caro Papà,
questa mattina, leggendo su Varesenews la bella lettera che Adriano Gallina venerdì ha indirizzato a sua figlia, mi è venuto voglia di scriverti per raccontarti un po’ di me.
Poche righe che parlano di due generazioni oggi più che mai distanti, la mia e la tua, divise da quarant’anni in cui questa società è cambiata tanto e tanto velocemente.
Anzitutto, grazie. Grazie per avermi sempre insegnato che la strada giusta per far valere il proprio merito e per raggiungere qualche soddisfazione è spesso la più impervia e la più "alta". Lo studio, il lavoro, da mattino fino a sera.
Ho imparato da te. A diciotto anni hai incominciato a lavorare e sei riuscito a far tesoro di quel poco che avevi. Hai costruito una casa tua, hai formato una famiglia e hai dato ai tuoi figli una laurea. Una laurea che allora tu non hai potuto conseguire e per questo ora ti senti un po’ la “pecora nera” della famiglia.
Grazie, anche perché la tua generazione con tanto lavoro e sacrifici ha saputo darci molto. E tu ne sei, per me, l’esempio. 
Caro Papà, oggi però mi sembra che quanto mi hai dato non basti. Mi hai insegnato la lealtà, la solidarietà, il rispetto per il prossimo, il senso del dovere ed ora mi trovo un po’ smarrito, in una società dove tutto questo sembra avere sempre meno valore. I tuoi sacrifici non mi garantiranno le tue stesse soddisfazioni; i miei studi probabilmente non frutteranno come speravi.
Fai attenzione, però, le mie considerazioni non voglio ti suonino come ingrate. Le mie parole sono piuttosto una richiesta di un aiuto.
Ho cercato di "fare del mio meglio", come tu mi hai sempre detto fin da bambino. A venticinque anni, dopo una laurea con il massimo dei voti, lavoro come praticante in uno studio legale di Milano. “Sei anche pagato!”, mi dicono, ricordandomi quanto sono fortunato, molti miei coetanei che spesso un lavoro non riescono nemmeno a trovarlo. Con il tuo aiuto sono stato negli Stati Uniti, in India, in Sudamerica, in Marocco: ho girato il mondo. Sono molto fortunato, lo so. Ma mi fermo, ora, e guardo un po’ avanti. L’affitto della casa che ho preso per conquistare un poco di indipendenza assorbe quasi la totalità del mio stipendio. Se vorrò acquistare una casa, sarà molto difficile farlo. Tutti mi dicono che, se mai avrò una pensione, sarà per un importo risibile.
Nel frattempo, parlo con gli amici e tutti condividono che questo paese non farà mai niente per noi giovani. Anche qualcuno della tua generazione mi ha ricordato che “questo paese…non è più un posto in cui sia possibile stare con orgoglio” Niente: meglio andare via, negli Stati Uniti, in Francia, in Germania. Mi indicano i volti dei politici che ci rappresentano e mi chiedono: “come si fa ad ascoltare questa robaccia?”.
Mi chiedo: questa può essere veramente l’unica soluzione? Lasciarsi alle spalle le brutture di questo paese, distogliere lo sguardo da ciò che né a me né a te piace per ridisegnare il mio futuro altrove? Oppure, rimanere ed abbandonarsi all’indifferenza?
Caro Papà, sono convinto che non ci si possa tirare indietro. Me lo hai insegnato tu. Sì, proprio tu che ogni giorno fai le tue battaglie contro le piccole ingiustizie di ogni giorno, dalla sporcizia abbandonata per le strade di Varese fino alle lunghe battaglie “verdi” contro gli sprechi. Ho incominciato a fare politica proprio sull’esempio di queste lotte per le quali ogni tanto ti prendo in giro chiamandoti “Don Chiscotte”. Non si può cedere al brutto e all’ingiusto, – mi hai sempre detto – bisogna insistere. Richiama se non ti risponde, riprova se non risolvono il problema.
Ecco, con questo spirito oggi mi sono impegnato in politica per la mia città. Lo faccio perché non voglio essere costretto a dire, magari fra qualche anno, “niente cambierà” e "sono tutti uguali".
Da te ho imparato molto. Vorrei far tesoro di quanto mi hai saputo dare e cominciare a camminare per conto mio, per non farmi trovare impreparato dinnanzi alle sfide del domani. Per conquistare questo spazio, penso di avere bisogno ancora una volta dell’aiuto e della tua generazione. Vorrei che voi nelle piccole e grandi decisioni poteste anzitutto pensare al futuro: parlo di pensioni, welfare, lavoro. Pensare che le vostre scelte influenzeranno il nostro futuro, il futuro dei vostri figli.
Ti sto chiedendo, caro Papà, di fare anche qualche piccola rinuncia. Sì, chiedo alla tua generazione di fare un passo indietro per far andare avanti i vostri figli. Sarebbe un immenso gesto di generosità. Solo così, noi potremo costruire il nostro futuro e quello dei nostri figli, come voi avete fatto per noi. E, concedimelo, speriamo di aver imparato dagli errori del passato.
Su queste grandi decisioni che riguardano il domani, vi chiedo lungimiranza e coraggio. Dateci la possibilità di metterci in gioco e di andare oltre. Oltre ad un passato e ad un presente che non piace più né a me né a te.
Solo così potrete restituirci un po’ del nostro futuro.
Andrea Civati

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