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Caro Presidente, ci protegga almeno Lei

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19 settembre 2011

Al Signor Presidente della Repubblica
Giorgio Napolitano
Palazzo del Quirinale
Illustrissimo Presidente,
voglia scusare l’irruenza con cui scriverò questa lettera, voglia scusare la mancanza di forma, voglia
scusare la mia assoluta inesperienza nello scrivere una lettera alla massima carica dello stato, ma la
prego di leggerla perché parla di come alcuni giovani si sentono inadatti per questo paese.
Lei è l’unica figura politica e istituzionale ancora vicina ai cittadini e ai giovani, anche se ho solo
vent’anni Lei mi saprà comprendere.
In questa domenica di settembre si è tenuto l’evento leghista per eccellenza, nella stupenda città
italiana di Venezia. Ascoltavo la radio in un attimo di pausa dallo studio quando improvvisamente
sento la voce del giornalista che con molta serenità e tranquillità esordisce riferendo le parole del
Senatur al meeting: “Secessione”, “Referendum per la secessione” e in conclusione “Ci sono ben un
milione di cittadini disposti a lottare per ottenere l’indipendenza della Padania”. Prima di fare
qualsiasi tipo di riflessione ho cercato di estirpare dalla mia mente ogni singola deviazione
mediatica del discorso. Mi sono detta di non cascare nella trappola dello slogan e di ragionare con
fermezza e onestà intellettuale.
Il risultato è stato il seguente: trovo il popolo della lega fatto di brava gente, fatto di persone che
davvero credono che lavorare sia importante e che farlo onestamente lo sia ancora di più, per sé, per
la propria famiglia e per la propria comunità. Credo che nel Senatur ci sia stata in passato la voglia
davvero di cambiare le cose, quello stesso spirito combattivo e riformista che scorre anche nelle mie
vene e in quelle di tanti altri ragazzi come me. Credo che però la lotta politica l’abbia confuso.
Vedo un leader politico, membro dello stesso governo Italiano, che crede di poter risolvere i
problemi inneggiando a una sorta di guerra civile. Credo che le dinamiche mixofobiche declinate
dalla sociologia urbana contemporanea siano assolutamente cavalcate da questo partito. Credo che
pensare di vivere nell’Europa e nel mondo come pochi e rissosi Celti non serva a nessuno. Vedo
che l’economia globale sghignazzi alle spalle del popolo padano. Vedo un insieme di persone
oneste che amano mentire a loro stesse e che non capiscono che i giovani non seguiranno mai le
ragioni di una stupida tribù, ma già cercano l’Europa, se non il mondo.
La lotta contro un nemico che non c’è deve finire e non sarebbe neanche mai dovuta cominciare.
Non è il Sud il male di questo paese, ne tanto meno gli immigrati. Il male di questo paese sono: i
corrotti, gli spregiudicati, le persone che non vogliono informarsi, i politici incoscienti e ogni
singolo mafioso del Nord come del Sud.
Ai giovani vorrei che rivolgesse un appello, vorrei che facesse capire ai miei coetanei che un modo
di cambiare c’è e che è ancora tutto da costruire. Vorrei che riuscisse a permettere ai giovani di
vivere in un’Italia fatta da persone competenti, che come lei, della ragion di Stato hanno fatto
vocazione per tenere insieme i lembi di questo Paese che sempre più assomiglia ad una bandiera a
brandelli.
Sto investendo molto tempo quest’anno per i centocinquant’anni dell’unità d’Italia, insieme a cari
amici abbiamo fondato un Comitato che si chiama “SINCE 1861, i Grandi Giovani” e con mille
difficoltà stiamo provando ad organizzare un evento importante per la tutta la città, che coinvolga i
nostri coetanei e che li faccia sentire insieme a noi artefici di qualcosa che dopo centocinquant’anni
deve continuare a formarsi e svilupparsi. Siamo guidati dall’insegnamento di Massimo D’Azeglio:
“Io pensavo (come ancora lo penso) che del carattere nazionale bisogna occuparsi, che bisogna far
gli Italiani se si vuol avere l’Italia; e che una volta fatti, davvero allora l’Italia farà da sé”.
Il Comitato si unisce alla mia lettera e in tutto il pensiero espresso da queste righe.
Gli Italiani avranno tanti difetti, ma se posso ancora scrivere e avere la libertà di rivolgermi a lei
forse non è troppo tardi. Siamo ancora in tempo per spiegare che di lotte civili non ne abbiamo
bisogno e che di lavoratori onesti e competenti ne è piena l’Italia, basta solo dargli retta.
Un film uscito proprio quest’anno in molte sale cinematografiche s’intitola: “Noi credevamo”. Io
mi sento di dire: “Noi crediamo ancora”. L’Unità d’Italia non è stato un atto storico burocratico. Le
parti sono esistite e la storia deve rimanere nella nostra memoria, con consapevolezza, ma l’Italia è
stata fatta e noi dobbiamo portare a compimento il pensiero più nobile di tale progetto. Forse l’Italia
sarà ancora da finire, ma sicuramente non da distruggere o dividere.
Soffro, girando per le vie del mio piccolo comune, nel vedere in pieno centro la sede di un partito
che mi vuole a tutti i costi definire padana, che sfoggia il suo potere senza ritegno sopra il
balconcino che sormonta la statua di Garibaldi in Piazza. Mi fanno tenerezza in fondo questi politici
che non possono sentire il sangue ribollire d’orgoglio quando leggono di Seneca, Dante Alighieri,
Machiavelli, Leonardo Da Vinci, Guicciardini, Ungaretti, Antonio Gramsci e Norberto Bobbio.
Soffro per loro perché non sentono dentro di loro l’orgoglio di una terra che tante menti ha coltivato
e che tanti pensieri può ancora accogliere se vi sarà pace e cura per la vita nazionale e civile.
Sentirsi senza forze e arresi a quest’età è la più grande truffa che un governo romano, padano o di
quel diavolo di regione che volete, possa fare. La mia generazione si sente derubata di un
entusiasmo e di una sobrietà che doveva essere tutta propria, ora basta.
Con la rabbia, la passione, la voglia di migliorare e non solo cambiare, le chiedo scusa per essere
vittima di questo sentir.
Le chiedo di bloccare con tutte le forze istituzionali di cui lei dispone ogni singolo passo intrapreso
da qualsiasi forza politica di andare verso la secessione e verso la totale inconsapevolezza del
popolo Italiano.
Vogliamo ridare dignità a questo paese e per farlo ci occorre l’aiuto di persone sagge, che sappiano
fornire gli strumenti intellettuali alle persone per capire la realtà e non esserne vittima.
Con affetto e stima,
Erica Lenzi e tutto il Comitato “SINCE 1861, i Grandi Giovani”

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