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Caso Englaro, i cattolici non si facciano corrompere dal relativismo

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20 novembre 2008

Egregio Direttore,
Le scrivo per condividere con Lei e con tutti i lettori del suo quotidiano alcune riflessioni frutto della drammatica sentenza della Corte di Cassazione in merito al caso Englaro.
Da cattolico impegnato in politica non posso non esprimere, a gran voce, il mio completo dissenso e la mia totale avversione verso quanto stabilito da questa sentenza.
La decisione di porre fine alla vita di un essere umano non può lasciarmi indifferente, non può non coinvolgermi e sconvolgermi allo stesso tempo.
Da anni il nostro paese si è fatto promotore di campagne contro la pena di morte.
A più riprese si sono condannati tutti quegli episodi (campi di sterminio nazisti, gulag sovietici…) che hanno visto degli esseri umani diventare le vittime impotenti di decisioni prese da altri.
Un cattolico impegnato in politica (anche se sembrerebbe che attualmente si tenda a nasconderlo il più possibile!) oggi più che mai deve alzare il suo grido, deve far sentire la sua voce, deve far sentire la sua presenza attraverso gesti concreti, veri ed autenticamente umani che stravolgano quel clichè comportamentale che è volto alla distruzione del messaggio di salvezza che Cristo ha portato!
La decisione presa dai giudici italiani deve portarci a riflettere se è veramente umano condannare una persona alla morte di stenti.
Nel nostro paese, che si fonda su radici cristiane, è diventato oramai predominante il pensiero relativista.
Un pensiero e un modo di vivere il presente che ci porta giorno dopo a giorno ad affermare che noi, uomini, siamo gli unici ed esclusivi artefici della nostra vita.
Un pensiero che ha portato ad affermare che un essere umano può disporre della vita altrui come meglio crede!
Ma la decisione di vivere o di morire dipende proprio da noi? O è forse il disegno di un Altro?
Un cattolico questo non lo può dimenticare e lo deve difendere, a prescindere da qualsiasi cosa!
Juan Donoso Cortés diceva: “Ogni grande questione politica dipende da una fondamentale questione teologica”.
Ecco caro direttore la discriminante, ecco il punto fondamentale di partenza: la difesa della vita, della famiglia, dei valori è la grande questione politica.
E la difesa delle radici cristiane, che per secoli ci hanno guidato, rappresenta l’unica strada da percorrere per poter salvaguardare la nostra identità cristiana.
I due punti non sono scindibili e il raggiungimento dell’uno (la difesa delle radici cristiane) è passo fondamentale ed obbligato per il raggiungimento dell’altro (vivere in una società in cui la vita sia vista come dono da salvaguardare).
E davanti a questa sfida, noi, cattolici impegnati in politica, non possiamo tirarci indietro, non possiamo scappare, non possiamo lasciare che il nichilismo che si sta radicando dentro la nostra società prenda il sopravvento e faccia morire tutti i valori avviandoci ad un rapido ed inesorabile declino che porterebbe solo alla scomparsa della nostra società.
Oggi più che mai, a fronte della decisione di uccidere un essere umano in modo atroce, togliendo ogni suo sostentamento (e qui mi verrebbe da chiedere se non si tratti di una pratica contraria ai principi che salvaguardano la dignità della persona), l’unità dei cattolici in politica deve essere più che mai condivisa e perorata.
Questa unità infatti non è un dogma, non è un assoluto che chi è cattolico ed è impegnato in politica debba necessariamente essere rappresentato dalla stessa bandiera; si può essere divisi sulle scelte politiche ma se si ha come fulcro della proprio vita Gesù Cristo allora le scelte politiche vengono dopo e l’agire in difesa della vita e dei valori, propri dell’essere cristiano, devono essere portati avanti congiuntamente.
Questo è l’auspicio: che i cattolici che fanno dell’agire politico un servizio non si lascino corrompere dal relativismo che incalza la nostra cultura e la nostra società, ma che combattano uniti sul fronte dei valori e della vita.
Marco Malinverno, in un suo libro, sostiene che “la cosa più assurda che possa capitare nella vita è quella di perdere una battaglia perché non la si è combattuta. Le battaglie che si combattono si possono vincere o perdere. Quelle che non si combattono si perdono sicuramente”.
Non lasciamo che la battaglia per la difesa della vita, della famiglia e dei valori abbia come epilogo la sconfitta perché non abbiamo avuto il coraggio di combatterla.
Uniamo le forze e combattiamo a difesa di questa che è la vera sfida per salvare la nostra cultura e la nostra società.
Forse, domani, riusciremo a far prevalere l’idea che la vita è sacra e nessun essere umano ne può disporre a suo libero arbitrio.

Simone Malnati - Segretario Movimento Giovanile UDC Provincia di Varese

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