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“Centrismo illuminato” e “cultura Nato-Cia”

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24 agosto 2011

Egregio direttore,
Gli interventi svolti, rispettivamente, da Mauro Sabbadini (cfr. lettera n. 243) e dal dottor Giovanni Dotti (cfr. lettera n. 248) sulla guerra contro la Libia e sull’onore che io e Antonio di Biase abbiamo reso a Muammar Gheddafi, meritano una risposta.

Comincio da quello di Sabbadini per l’elevato quoziente di mistificazione che contiene. Questi vorrebbe far passare come un sostenitore della guerra della Nato contro la Libia il povero Angelo Del Boca, storico del colonialismo italiano e autore di una biografia di Gheddafi, avvalendosi con una certa spregiudicatezza del classico metodo della mistificazione: estrapolare da un’intervista di Del Boca alcuni passi avulsi dal contesto e relativi, tra l’altro, alla famosa strage mai compiuta dei diecimila civili di Bengasi, costruita ad arte dai ‘mass media’ imbeccati dai servizi di disinformazione della Nato per creare il ‘casus belli’, e quindi avvalersene per reclutare anche l’anziano biografo di Gheddafi fra i demonizzatori dello ‘spietato dittatore’. Ma, siccome i conti non tornano, quando si tratta di spiegare il messaggio di condoglianze inviato nel mese di maggio da Del Boca a Gheddafi per il tramite del vescovo di Tripoli, monsignor Giovanni Martinelli, in occasione della morte di uno dei figli e di tre nipotini del ‘raìs’ uccisi nel corso di uno dei ventimila raid aerei della Nato, non ci si arresta nemmeno, pur di dare una parvenza purchessia di giustificazione a questo atto criminale, di fronte alla bassezza di domandarsi perché questi bimbi si trovassero all’interno di un bunker militare (forse era preferibile che facessero la fine di tanti altri bersagli umani colpiti all’esterno, nelle abitazioni o nelle strade?). E non proseguo nella esemplificazione delle altre storture mentali, politiche e morali che costellano la lettera in questione, fra le quali mi limito a segnalare, oltre all’evocazione della vicenda delle spie svizzere, la virtuosa deprecazione del “tardivo e maldestro (probabilmente anche avventurista) intervento della Nato”: storture che, oltre ad essere, anche qui, il classico omaggio del vizio alla virtù, susciterebbero soltanto l’incontenibile ilarità che si prova di fronte alle pretese didattiche delle mosche cocchiere, se la materia, tutt’altro che comica, non la rendesse inappropriata. Davvero un esempio paradigmatico, non esente da qualche eccesso retorico, di quella “cultura Nato-Cia” che sembra essere la cifra intellettuale di questo paladino della democrazia imperialista, a cui è senz’altro da consigliare, per i requisiti e le attitudini, una felice carriera come ‘attaché’ culturale presso qualche ambasciata americana o israeliana nei paesi africani.

La lettera del dottor Giovanni Dotti ci riporta, invece, “in più spirabil aere”. Il suo è infatti un intervento problematico, equilibrato nel riconoscere non solo gli errori, ma anche i meriti di Gheddafi nel non piegarsi, prima, all’imperialismo americano e, ora, al neocolonialismo imposto dalla Francia, dalla Gran Bretagna e da quell’“imperialismo straccione”, sempre pronto al tradimento e al voltafaccia, che è il ‘tipo ideale’ incarnato storicamente dal nostro paese sulla scena internazionale, con poche eccezioni, fra le quali mi piace ricordare le prove di indipendenza politica e dignità nazionale date da uomini come Enrico Mattei e Bettino Craxi: un intervento caratterizzato, direi, da un’attitudine empirica e sperimentale, tipica di un medico, quale mi consta essere il dottor Dotti. Tuttavia, devo anche dire che questa sorta di “centrismo illuminato”, che mi sembra essere, non solo in questo caso, la cifra politica e intellettuale del qualificato interlocutore (cifra che si può riassumere nel motto: “Né con Gheddafi né con la Nato”), mi fa venire in mente ciò che scrivono Marx ed Engels nel “Manifesto del partito comunista” quando polemizzano, nel terzo capitolo di questo capolavoro dalla sconcertante attualità, con il “socialismo conservatore o borghese”. Siccome gli autori individuano due varianti di tale ‘socialismo’, le riporto entrambe e lascio al buon Dotti la scelta su quale delle due sia quella a lui più confacente. Forse, oso supporre, un ‘mix’ di entrambe…

“I borghesi socialisti vogliono le condizioni di vita della società moderna senza le lotte e i pericoli che necessariamente ne derivano. Vogliono la società attuale sottrazion fatta degli elementi che la rivoluzionano e la dissolvono. Vogliono la borghesia senza il proletariato. La borghesia si raffigura naturalmente il mondo ov’essa domina come il migliore dei mondi. Il socialismo borghese elabora questa consolante idea in un semi-sistema o anche in un sistema intero. Quando invita il proletariato a mettere in atto i suoi sistemi per entrare nella nuova Gerusalemme, il socialismo borghese non fa in sostanza che pretendere dal proletariato che esso rimanga fermo nella società attuale, ma rinunci alle odiose idee che di essa s’è fatto.

Una seconda forma di socialismo meno sistematica e più pratica cercava di far passare alla classe operaia la voglia di qualsiasi movimento rivoluzionario, argomentando che le potrebbe essere utile non l’uno o l’altro cambiamento politico, ma soltanto un cambiamento delle condizioni materiali dell’esistenza, cioè dei rapporti economici. Ma questo socialismo non intende affatto, con il termine di cambiamento delle condizioni materiali dell’esistenza, l’abolizione dei rapporti borghesi di produzione, possibile solo in via rivoluzionaria, ma miglioramenti amministrativi svolgentisi sul terreno di quei rapporti di produzione, che dunque non cambiano nulla al rapporto fra capitale e lavoro salariato, ma che, nel migliore dei casi, diminuiscono le spese che la borghesia deve sostenere per il suo dominio e semplificano il suo bilancio statale.”

Eros Barone

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