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Chiedimi se sono felice

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20 aprile 2011

Se fossi un giovane studente mi chiederei perché gli adulti si fidino così poco della capacità di giudizio e di scelta che, a qualsiasi età, ha le proprie forme di espressione: curiosità, domanda, logico accostamento di situazioni e dati, dai più semplici ai più complessi.
Mi chiederei perché gli adulti non siano attenti al mio mondo di relazioni, con i coetanei e gli educatori che incontro e abbiano paura di accettare che quello che sono e sarò domani è frutto di tante esperienze, belle o difficili che siano, fuori e dentro la scuola.
Mi chiederei perché non si ricordino del loro passato, del loro tempo e modo di essere giovani, del fatto che quello sono diventati oggi si è costruito attraverso la capacità, propria dell’individuo, di fare tesoro di ciò che conta e scartare ciò che lo è di meno.
Mi chiederei perché non possa avere anche io il piacere, quando sarà grande, di ricordarmi, con estrema libertà, di tutti coloro che sono stati importanti per la mia crescita, indipendentemente dal loro credo religioso o politico, dal loro carattere.
Mi chiederei perché non possa pensare che le mie maestre o i miei professori mi sono stati vicini quando magari mi ribellavo e rischiavo di gettare la spugna davanti a un insuccesso, mi hanno richiesto il rispetto dello stare alle regole facendomi anche sbuffare, mi hanno corretto quando sbagliavo e incoraggiato ad ogni risultato anche minimo, mi hanno voluto bene e si sono fatti volere bene.
Mi chiederei perché non mi sia data la opportunità di confrontarmi liberamente con le idee altrui e di assaporare anche il peso delle piccole, ma per me grandi, ingiustizie quando magari il mio impegno non era a mio avviso adeguatamente valutato.
Mi chiederei perché il senso del mio stare a scuola venga unicamente affidato alle parole di un libro di testo, come se un giovane non avesse altre occasioni di lettura e di informazione, o alle spiegazioni di un mio docente, come se ogni ora di lezione fosse per ciascuno di loro, un plateale momento di propaganda e i giovani fossero scatole vuote da riempire di nozioni e pensieri altrui. Non più tardi di qualche giorno fa, alla presentazione di un libro, ho ritrovato con immenso piacere una mia insegnante del liceo, che mi ha ricordato un articolo che avevo scritto tempo fa sul giornalino del Cairoli dicendo come, da adulta e insegnante a mia volta, la ringraziassi per avermi costretta ad ore e ore di studio metodico, del quale poi ho saputo cogliere tutti i benefici. Non sapevo e non so quale fosse l’idea politica di quella mia insegnante, né se fosse credente o meno, così come non mi è mai venuto per la mente di pensare che il libro di testo da lei scelto potesse eventualmente nuocermi. Mi sono affidata a lei come ad altri, che fossero di sinistra, di CL, di destra o democristiani. E loro adulti, i miei insegnanti di allora e i miei genitori, si sono fidati di me. Mi hanno dato gli strumenti educativi e culturali per potere scegliere e diventare grande mettendo in gioco le mie forze. Questi insegnanti ci sono stati tutti nella mia vita, perché nulla e nessuno passa invano. Sia quelli che ricordo come determinanti, sia quelli che magari rammento con minore slancio affettivo. Ho in mente quale libro di testo di storia, filosofia o letteratura fossero in uso solo perché li conservo, ma non certo perché la mia mente sia stata rigidamente formata da quei soli volumi. Se qualcuno avesse pensato della mia generazione che tutto si sarebbe risolto a duecento pagine, avremmo pensato che ci ritenevano una generazione di marionette. Ho avuto invece la fortuna di vivere gli anni da studente, frequentano sia la scuola pubblica sia, per tre anni di medie, la scuola privata, in un periodo in cui il mondo degli adulti si fidava dell’intelligenza dei giovani, ritenendo il pluralismo una risorsa e la cultura un bene di cui ci si appropria attraverso il confronto. Se fossi un giovane oggi mi chiederei perché i tanti anni da studente debbano essere ricondotti al “rischio” di avere malauguratamente qualche insegnante di sinistra. Mi piacerebbe che qualcuno ogni tanto, pensando alla mia vita a scuola, chiedesse anzitutto se sono felice.

Luisa Oprandi (insegnante)

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