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Come difendersi dalla tigre

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3 settembre 2011

Caro direttore 
La Repubblica Democratica Popolare di Corea, guidata da Kim Jong Il, dimostra di saper fondare l’indirizzo antimperialista della sua azione internazionale sul realismo geopolitico. A questo proposito, è molto istruttivo il giudizio espresso da questo Stato sulla guerra della Nato contro la Libia, in cui, dopo aver posto in luce che lo smantellamento nucleare della Libia, a lungo propagandato dagli Usa negli ultimi decenni, si è rivelato una modalità di aggressione con cui questi hanno blandito quella nazione con parole molto ‘dolci’ quali ‘garanzia di sicurezza’ e ‘miglioramento delle relazioni’ “per disarmarla e poi inghiottirla con la forza”, si ricava dall’esito della crisi libica la conferma della “verità storica per cui la pace può essere preservata soltanto costruendo una propria forza, fino a quando nel mondo si presenteranno comportamenti arbitrari e prepotenti”.
Ecco, dunque, definito con la massima precisione l’errore tattico-strategico che è costato a Gheddafi e al popolo libico la sconfitta militare, laddove si ha la riprova, dopo le due guerre del Golfo contro l’Iraq, che nei confronti dell’imperialismo non si può arretrare neanche di un millimetro e occorre dotarsi di tutte le armi necessarie a prevenire e contrastare le continue guerre di aggressione che esso conduce contro la libertà dei popoli e l’integrità territoriale degli Stati emergenti. Non a caso, a partire da quelle guerre, gli Stati Uniti hanno avviato una vasta serie di interventi a carattere “umanitario”, cercando di collegare alla dinamica della globalizzazione economica le dottrine strategiche e le necessità di espansione della propria sfera d’influenza.
Nella fase attuale, in cui il fronte della contrapposizione si è spostato dalle aree euroasiatiche a quelle afroasiatiche, l’obiettivo perseguito dagli Usa, di concerto con la Turchia, protesa a realizzare, in funzione sub-imperialistica, il suo progetto neo-ottomano, sembra essere proprio quello di cavalcare, se non addirittura manovrare, la cosiddetta “primavera araba”, manifestazione palese della fragilità politica di alcuni importanti regimi arabo-islamici, al fine di rimescolare le carte nel Nord Africa e nel Vicino Oriente, togliendo spazio sia alla Cina che alla Russia. In effetti, dei nove “Stati canaglia” individuati da George W. Bush nel 2001 (Iran, Iraq, Sudan, Siria, Corea del Nord, Libia, Cuba, Pakistan, Afghanistan) soltanto quattro si trovano attualmente nelle stesse condizioni politiche e territoriali esistenti in quell’epoca: Siria, Iran, Corea del Nord e Cuba. Tutti gli altri Stati sono stati eliminati o pesantemente indeboliti, ad eccezione del Pakistan, depennato dalla lista dopo aver deciso di collaborare con Washington nella guerra al “terrorismo internazionale”. Se si esclude Islamabad, appare allora chiaro che, dopo l’aggressione alla Libia, l’obiettivo principale della Nato si sta spostando verso la Siria, già pesantemente posta sotto accusa dopo le recenti rivolte interne represse alcune settimane fa. In questo caso, però, lo scontro militare assumerebbe proporzioni ben più imponenti e catastrofiche, data l’indubbia superiorità strategica della Siria di Assad nei confronti della Libia di Gheddafi.
Come ha ricordato la Corea del Nord, è necessario difendersi dalla tigre. Non è possibile scendere a patti con l’imperialismo degli Stati Uniti, e anche qualora si intenda trattare commercialmente con uno o più paesi dell’area Nato per finalità di mutuo vantaggio, è sempre necessario tenere una mano sul portafoglio e l’altra sul pulsante di detonazione. Nel frattempo, occorre destinare almeno il 30% del Pil alla spesa militare, sviluppare un forte programma di investimenti nei settori della ricerca scientifica e dello sviluppo tecnologico, integrare programmi nucleari civili e militari, rispondere ad ogni mossa, non cedere neanche un millimetro della propria sovranità nazionale conquistata in secoli e decenni di lotte e sacrifici, imporre il terrore a chiunque osi mettere in discussione l’integrità territoriale e la stabilità politica degli Stati emergenti sullo scenario internazionale, pretendere una relativa reciprocità nel quadro dei rapporti bilaterali in base ai principi della non-ingerenza e della coesistenza pacifica, mantenendo la consapevolezza che gli Stati Uniti ed i loro alleati europei, già artefici del colonialismo e di migliaia di aggressioni nei cinque continenti, non rispetteranno mai questi principi sino in fondo. Questa è la risposta da dare a chi ha affermato che «tre sono i grandi imperativi della geostrategia imperiale: impedire collusioni e mantenere tra i vassalli la dipendenza in termini di sicurezza, garantire la protezione e l’arrendevolezza dei tributari e impedire ai barbari di stringere alleanze». Ma chi ha enunciato, con una lucidità e una stringatezza che meritano di essere definite ‘cesariane’, questo programma? È Zbigniew Brzezinski, già consigliere per la sicurezza nazionale del presidente Carter, docente di politica estera a Washington e attuale consigliere del presidente Obama, nonché autore del libro “La grande scacchiera” (1998), da cui è tratta la citazione.

 

Enea Bontempi

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