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Come si veste l’intolleranza?

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10 dicembre 2009

Caro direttore,
Come si riconosce un razzista a Varese il 10 Dicembre? Semplice, lo sono tutti, salvo quelli vestiti di giallo. Parrebbe una pessima battuta ma è questo il senso dell’iniziativa sindacale che avrà luogo oggi a Varese e provincia. Indossare un capo qualsiasi, ma che sia di colore giallo, nel nome dell’antirazzismo, chi ne sarà trovato sprovvisto verrà immediatamente considerato un intollerabile razzista.
L’intolleranza come arma contro l’intolleranza.
Sembrerebbe la trama di un film tragicomico ma è la triste realtà, una persona per ricordarsi di non esser razzista, almeno una volta l’anno è necessario che si vesta di giallo.
Poco importa poi, che gli stessi promotori dell’iniziativa ogni anno si spartiscano una torta da decine e decine di milioni di euro proveniente dal Fondo Nazionale delle Politiche Sociali in tema di sostegno all’immigrazione (legale ed illegale).
Poco importa che siano le fasce piu’ deboli a vivere sulla propria pelle le gioie della società multirazzista, il caldo abbraccio dei quartieri ghetto in cui essere italiano è una colpa.
Poco importa se l’immigrazione diviene una risorsa solo per chi la sfrutta, che si trasforma in stipendi costantemente al ribasso.
Poco importa se un immigrato dopo aver attraversato un deserto a piedi e il mediterraneo su un guscio di noce, se sopravvissuto, si trova costretto a lavorare 12 ore al giorno per poche centinaia di euro al mese e a condividere la propria abitazione con decine di suoi connazionali.
Poco importa se la volontà di individuare le cause che portano un popolo a migrare venga vista come una pratica terribilmente razzista, molto meglio illudersi che spostare il problema significhi risolverlo.
Tutte queste cose non sono importanti, la cosa fondamentale è lavarsi la coscienza, ma soprattutto sfruttare un’occasione per poter indossare quell’orribile camicia gialla che giace da un decennio nel fondo del nostro armadio, nel nome di un antirazzismo di facciata.
Almeno non avremo piu’ bisogno di chiederci come mai l’abbiamo comprata. 
 

Gabriele Bardelli, CasaPound Italia Varese

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