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Corruzione privata: perchè non è reato?

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25 agosto 2011

Egregio Direttore,

ha ben ragione il dott. Cipolletta quando scrive che anche nel privato la corruzione va debellata (L’Espresso n. 31/11) perchè oltre a far perdere reputazione al Paese annulla ogni sana competitività, “crea rendite di posizione per i corrotti, penalizza i meritevoli e gli onesti” e frena la crescita economica della nazione. E’ un cancro che andrebbe estirpato non solo nel “pubblico” ma anche “nel privato” se vogliamo che l’Italia si riprenda e torni a crescere, economicamente e culturalmente. Occorre perciò che la corruzione diventi un reato non solo nel pubblico (dove già è contemplato dalla legge vigente, anche se purtroppo pochi casi vengono a galla per complicità d’interessi tra corrotto e corruttore e conseguenti scarse denunce) ma anche nel privato, dove attualmente un dirigente può aggiudicare una commessa ad un altro soggetto privato facendosi versare una “tangente” senza incorrere in alcuna sanzione. Così facendo (e la pratica di “favori” reciproci tra privati sembra essere abbastanza diffusa) “ l’economia di mercato non funziona più, i costi aumentano e la produttività sociale scende”. E “se un mercato privato è corrotto, tollerando tangenti e favoritismi, diviene poi ben difficile fermare la corruzione nei confronti del sistema pubblico”. Per questo in Gran Bretagna è stata recentemente varata una legge che estende il reato di corruzione anche al settore privato. Un lettore ha successivamente fatto rilevare come alcune norme vigenti, come la licenziabilità e l’assenza di ammortizzatori sociali per i dirigenti d’azienda, li rende ricattabili dai superiori o dalla proprietà, il che tende a far aumentare i favoritismi e la corruzione, ed anche se i fatti di corruttela o i loro effetti vengono notati da altri, quasi mai vengono denunciati per una sorta di omertà sostenuta da una diffusa cultura dell’illegalità (male cronico del nostro paese).

Stando così le cose, secondo gli “esperti” della materia, vien facile comprendere perchè nessun partito (o mi sbaglio?) ha finora presentato alcuna proposta di legge per introdurre il “reato” di corruzione anche nel privato, essendo ormai la commistione pubblico-privato tanto diffusa da tollerare se non anche incentivare comportamenti moralmente riprovevoli atti a produrre guadagni illeciti, ovviamente nascosti ed esentasse, per le tasche di imprenditori e politici poco onesti che si prestano al gioco. Guadagni sottratti allo Stato, cioè a tutti noi, che determinano inoltre una lievitazione dei costi di produzione ed un conseguente aggravio della spesa sia pubblica che privata.

Perciò, come scrive Cipolletta, “bisognerebbe mandare in Parlamento solo persone oneste. Ma non è possibile con questa legge elettorale”. (E qui tocca un tasto su cui io ho tanto insistito da molto tempo, anche se con scarso successo).

Giovanni Dotti

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