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Corsi, concorsi e ricorsi

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11 novembre 2008

La vicenda di Antonio Muscio, Magnifico Rettore uscente dell’Università degli Studi di Foggia, che ha portato agli onori della cronaca l’Ateneo di Capitanata e la sua saga familiare, purtroppo non è unica. Non costituisce novità, nel contesto accademico nazionale, e non sarà neppure l’ultima ad essere disvelata alla pubblica opinione.

Il malcostume tendente ad affermare un nepotismo allargato a parenti diretti, indiretti, acquisiti o in via di acquisizione, presenta un radicamento diffuso: Tale da aver reso quasi nullo il potenziale di “notizia” di un Rettore che nomina il figlio per una cattedra creata ad hoc, il giorno prima del suo passaggio di consegne. Modificando e innovando, con tempistica opportuna, il programma di studi della Facoltà di Agraria e facendo seguire l’assunzione, nella cronologia, a quelle precedenti: a) di un’altra figlia tra il personale tecnico amministrativo (a sua volta succeduta alla madre ora in pensione); b) del genero, anche lui vincitore di concorso di un posto a Patologia clinica; c) di una nipote e d) della nuora, moglie del neo-assunto, dipendente della stessa facoltà di Agraria.

E’ un po’ come il raffreddore o la varicella. Il tasso di contaminazione è inevitabilmente più alto tra i familiari o gli stessi frequentatori di un medesimo ambiente. Agli onori della cronaca oggi c’è Foggia che, per gemmazione, ha fatto presto a risentire dell’influenza di Bari, considerata la capitale del cosiddetto nepotismo accademico. Ma il virus da tempo ha attecchito in larga parte degli atenei del Paese, senza tener conto di qualsivoglia latitudine o del blasone dei relativi “senati”.

Preoccupa l’evanescenza della luce prodotta dalle fiaccole dell’Etica e della Morale nei Templi della formazione delle future classi dirigenti del Paese. Inquieta la disinvoltura con cui tanti sacerdoti laici si muovono nei loro corridoi polverosi, avvolti da una secca nebbia crepuscolare.

Sorge spontanea, allora, una domanda. Perché, anche nelle Università, localmente, non rifarsi ai regolamenti dei comuni concorsi a premi? Che ne limitano o inibiscono la partecipazione ai parenti dei dipendenti, dei dirigenti e degli amministratori della stessa società promotrice? Dopotutto, visto che da tempo il posto di lavoro ha perso i suoi connotati di diritto, per assumere sempre più quelli di un premio o di un “terno al lotto”, la soluzione potrebbe dimostrarsi anche più consona.

Antonio V. Gelormini

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