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“Coupez à la tête!”: le differenze tra la Cgil e la Cisl

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25 settembre 2011

“Colpite alla testa!”: così esortava a fare lo scrittore cattolico Charles Péguy nelle polemiche culturali e così faccio io nel prendere posizione a fianco del marxista e comunista Gian Marco Martignoni, dirigente provinciale della Cgil, rispetto alla polemica che lo ha visto contrapporsi alla Cisl sul piano politico e sindacale (cfr., rispettivamente, lettere n. 253 e n. 276) dopo le contestazioni che hanno accompagnato l’intervento del segretario nazionale della Cisl, Raffaele Bonanni, in un’assemblea svoltasi recentemente a Varese.

Orbene, è evidente che la ‘testa’, ossia il problema centrale con cui sono chiamati a misurarsi oggi il dibattito, l’iniziativa e le lotte dei sindacati confederali, è costituita dall’articolo 18 dello Statuto dei diritti dei lavoratori e dall’articolo 8 della legge finanziaria che praticamente lo cancella. Sennonché nella paludata replica con cui la segreteria provinciale della Cisl e le “segreterie delle categorie di tale sindacato” (!?!) hanno risposto al documentato e argomentato intervento di Martignoni, riconoscendo implicitamente il prestigio, la rappresentatività e l’intelligenza dell’interlocutore, non vi è traccia della valanga di critiche che sono arrivate dai lavoratori a Bonanni e di una qualche consapevolezza dei gravissimi danni inferti dall’art.8 che Sacconi ha lungamente discusso e concordato con lui, ma anche con “esperti” del Pd (fra i quali non è difficile immaginare che vi sia stato l’immarcescibile giuslavorista filo-padronale, Pietro Ichino). In sostanza, che cosa ha fatto Bonanni per fermare la valanga? Il segretario cislino ha cercato di nascondere la manina, proponendo a Cgil e Uil un patto di desistenza, di non applicazione dell’art.8 della legge finanziaria, e lo ha fatto usando il magico termine di “sterilizzazione”. Il discorso è stato impostato nei seguenti termini: basta che le Confederazioni decidano di non applicare l’articolo 8 per renderlo sterile. Se mancassero prove a quella che, riferendosi alla linea collaborazionistica della Cisl, Martignoni definisce “la internità al blocco politico e sociale di centro-destra” e la conseguente connivenza verso il furibondo attacco scatenato contro lo Statuto dei diritti dei lavoratori da Maurizio Sacconi, “il peggiore ministro del lavoro dalla Resistenza”, basterebbe questo atteggiamento da ‘putain respectueuse’ per confermare che la parabola che parte dal pacchetto Treu (1997), passa attraverso la legge Biagi al Collegato lavoro (2003) e giunge sino all’attuale manovra (2011), segue una direttrice inequivocabile: il ‘filo nero’ del rovesciamento del diritto del lavoro che viene ridefinito come diritto dei sindacati collaborazionisti che lo amministrano “sui lavoratori”, d’intesa con i datori di lavoro.

In tal modo, si cerca di far passare, all’insegna della bilateralità sempre molto cara alla Cisl, una forma di privatizzazione dei rapporti di lavoro, dimenticando (o facendo finta di dimenticare) che la legge non si può privatizzare e che i lavoratori hanno diritto a ricorrere ad un giudice. Si avalla, cioè, un processo di corporativizzazione fascista della società italiana, grazie al quale un datore di lavoro ed un sindacalista riuniti possono estromettere dal luogo di lavoro, senza “giusta causa”, un lavoratore scomodo, una testa calda, uno che magari rivendica i suoi diritti o anche un padre di famiglia che può essere sostituito con un altro lavoratore che abbia per il datore di lavoro il pregio di essere più flessibile e di costare di meno.

Si comprende, a questo punto, che la posta in gioco è un Paese con tratti pesantemente autoritari e con le aziende e gli uffici composti da lavoratori docili in quanto minacciati di licenziamento ad ogni legittima contestazione o motivato dissenso. È facile prevedere che, in un breve volgere di tempo, la voglia di usare il potere concesso dall’art. 8 diventerà una tentazione irresistibile fra gli imprenditori e produrrà i frutti velenosi che Sacconi ha programmato, Bonanni non ha impedito e la Cgil ha contrastato. Lo scenario che si delinea è un mutamento radicale della composizione di classe: i lavoratori che hanno maturato diritti, che fruiscono di un contratto a tempo indeterminato e che hanno un’età media di 40 anni (lavoratori che assommano a circa sei milioni di persone) verranno sostituiti con una forza-lavoro giovane o immigrata, precarizzata, ricattabile e gestita da società private di avviamento al lavoro come le agenzie interinali, fra le quali vi è da augurarsi che non vi siano cooperative create e gestite da alcuni degli stessi sindacati confederali.

La domanda, allora, è la seguente, molto secca e forse, per i gusti delicati dei sofisticati estensori della replica cislina, un po’ “banale”: di fronte all’offensiva a tutto campo, che la borghesia internazionale ed europea sta scatenando contro le classi lavoratrici, offensiva che, peraltro, riduce progressivamente i margini, anche sindacali, del compromesso sociale keynesiano, la Cisl, soprattutto nelle sue componenti più legate agli interessi economici e morali di tali classi, da che parte della barricata sceglie di stare? 

Eros Barone

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