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Crisi come fine di un ciclo

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14 novembre 2008

Egregio direttore,

sorprende, di fronte (non a un passaggio di fase ma) ai cambiamenti epocali in corso, la povertà di pensiero che rivelano le teorie dominanti e gli stessi esponenti intellettualmente più attrezzati delle classi dominanti. Anche un ‘intellettuale organico’ della destra, come Tremonti, rivela il suo disorientamento nella recente intervista del “Corriere della Sera” con i suoi stravaganti richiami a Eliogabalo e Adriano… In realtà, lo sforzo di analisi, comprensione e intervento che dovrebbero compiere gli esponenti più avvertiti delle classi dirigenti sembra, almeno per ora, superiore alle loro forze e capacità. Del resto, quella che si sta svolgendo sotto i nostri occhi non è solo una crisi finanziaria né solo la crisi del sistema monetario e finanziario organizzato dagli Usa sul finire della seconda guerra mondiale: è una crisi molto più profonda, che non si riduce soltanto a una crisi economica, poiché nel giro di poche settimane, come un incendio, si sta propagando all’economia reale di tutto il mondo e, nel giro di pochi giorni, tutte le previsioni sono state riviste al ribasso: ad esempio, gli ultimi dati riducono allo 0,4% la crescita mondiale, che qualche settimana fa era valutata fra il 2,5 e il 3%. In buona sostanza, la crisi è generale e pone rilevanti problemi nel conciliare l’esigenza di interventi immediati con la necessità di un quadro generale di riferimento (che per ora non esiste). Da questo punto di vista, le classi dominanti si trovano di fronte alla necessità di intervenire sull’economia reale (ma anche sull’ambiente, sull’energia e sul commercio mondiale) con misure di sostegno che impediscano alla recessione di trasformarsi in depressione.

Sennonché ciò che è finora mancato, non solo a livello italiano ma a livello mondiale, è una capacità di pensiero all’altezza di questo passaggio epocale, poiché manca un’analisi sufficientemente approfondita, che abbia soprattutto un minimo di spessore storico (e tale spessore si misura non in anni ma in decenni e in secoli), senza la quale non sarà possibile né collocare in una corretta prospettiva le cause della crisi e il suo prossimo decorso né individuare una strategia adeguata di intervento.

Fatta questa premessa di ordine intellettuale, due sono gli aspetti che vanno tenuti presenti in quanto strettamente connessi: per usare il linguaggio medico, essi sono costituiti dalla diagnosi e dalla terapia (che ovviamente, data la gravità della malattia, va articolata in due tempi: pronto intervento, per evitare che il malato muoia, e terapia di fondo, per rimuovere la causa che ha portato alle condizioni attuali). In questo senso, un esempio di analisi inadeguata è proprio quella di Tremonti, il quale dà la colpa della crisi attuale alla globalizzazione, ma, non riconoscendo la natura oggettiva di tale processo, non è in grado di spiegare come mai nessuno sia stato in grado di bloccarlo e, di conseguenza, non comprende che il vero problema non era, e non è, quello di bloccarlo, ma quello di governarlo. Questa capacità di governo da parte delle classi dominanti dei maggiori paesi del mondo è ciò che è mancato nell’arco dell’ultimo ventennio, a partire da quando Bush senior proclamò, dopo la caduta dell’Urss (1991), la necessità di un ‘nuovo ordine mondiale’. Non vi è stata, dunque, la capacità di comprendere che, con la fine della ‘guerra fredda’, iniziava un nuovo ciclo storico e cambiava il paradigma stesso con cui guardare il mondo. Basti pensare, per comprendere la necessità di un cambio di paradigma, al fatto che, mentre prima determinati livelli di benessere erano appannaggio di un miliardo circa di esseri umani (quelli che vivono nell’Occidente), ora circa tre miliardi di esseri umani (quelli che vivono in Oriente) si stanno muovendo nella stessa direzione. Questo, tra l’altro, è un caso patente della legge dialettica della conversione della quantità in qualità. Ma ciò, modificando i pesi e i rapporti su scala mondiale, ha mutato radicalmente il tradizionale rapporto tra il centro e la periferia, quel rapporto che permetteva al primo di costruire il suo sviluppo attraverso lo sfruttamento della seconda. In altri termini, il meccanismo imperialista basato sullo sfruttamento dei paesi della periferia da parte dei paesi del centro non funziona più. Da tale punto di vista, è ormai certo che, a causa della complessità delle sue correlazioni con l’economia e con la politica, nonché delle sue articolazioni gografiche, la questione demografica balzerà al primo posto nel dibattito internazionale delle prossime settimane.

Per quanto riguarda le misure immediate che sono state adottate con impressionante uniformità dai governi di tutto il mondo, emerge in primo piano l’intervento massiccio dello Stato nell’economia: negli Usa, in Europa e in tutto il mondo gli interventi a favore delle banche si sono sprecati, sono stati molto rapidi e sono stati sostanzialemnte simili. Il problema è però che questi interventi (due trilioni di euro solo nella Ue) devono essere estesi alle famiglie e alle imprese. A questo proposito, vale la pena di osservare che, come ho già rilevato in un precedente intervento, la proposta di detassare le tredicesime, avanzata dal segretario del Pd, oltre che insostenibile, è una sciocchezza, perché il settore dove occorre intervenire fin da sùbito è semmai quello degli investimenti infrastrutturali mirati in funzione del progetto che un paese, come il nostro, si dà nel futuro prossimo e nel futuro più lontano (certamente, tra queste priorità non vi è il ponte sullo Stretto, mentre ve ne sono altre che hanno un’importanza strategica per disegnare il futuro dell’Italia nel mondo che verrà). Sennonché, nel nostro paese, a partire dal 1992, non vi è stata, né vi è tuttora, alcuna traccia di un minimo di discussione su un progetto di sviluppo dell’Italia in una fase, come quella attuale, in cui è necessario un nuovo paradigma di riferimento.

Per quanto concerne le misure strutturali, vi è da osservare che tutti parlano di una nuova Bretton Woods, le cui basi dovrebbero essere poste dalla riunione di Washington del G20. In questo senso, è evidente che il primo punto all’ordine del giorno di questa riunione dei più importanti capi di Stato del mondo e dei loro ministri dell’economia e del tesoro dovrebbe essere, prima ancora che la stipulazione di nuove regole finanziarie o la definizione del nuovo ruolo del Fmi, la creazione di un nuovo ordine monetario mondiale. Che questo sia il ‘porro unum necessarium’ risulta con chiarezza dalla seguente considerazione, e cioè che gli eventi delle ultime settimane hanno dimostrato con la forza incontestabile dei fatti che è finito, insieme con l’ordine monetario che ne era l’espressione, l’ordine politico mondiale che stava alla sua base. Ma quell’ordine monetario imperniato sul dollaro, dipendente da un governo nazionale, quello statunitense, e da una banca nazionale, la Federal Reserve, nonché risalente al 1944, quando gli Usa si proponevano come nuova potenza egemone e, per farlo capire, non esitarono un anno dopo a lanciare due bombe atomiche sul Giappone, riguardava solo il 60% del mondo, poiché l’Urss e gli altri paesi socialisti non vi rientravano, mentre oggi il nuovo ordine monetario riguarda (deve riguardare) il mondo intero. In effetti, il cosiddetto unilateralismo della politica estera americana è figlio di questo ordine monetario. Dagli accordi di Bretton Woods con il sistema basato sui cambi fissi al blocco della convertibilità del dollaro in oro (1971) e al susseguente regime monetario basato su tassi variabili, dal piano Marshall nel secondo dopoguerra all’accordo con la Cina nell’ultima fase della globalizzazione, gli Usa hanno sempre cercato di ricavare il massimo vantaggio per i loro interessi di grande potenza dal controllo del sistema monetario (il cosiddetto signoraggio del dollaro): secondo calcoli attendibili, questo potere monetario ha permesso agli Usa, grazie ai crescenti investimenti della Cina, di vivere al di sopra del loro livello produttivo nella misura del 20%. Inoltre, allo stato attuale, nessuno, neanche tra gli esperti, è in grado di precisare l’entità dei ‘titoli-spazzatura’ (i cosiddetti ‘derivati’) che hanno invaso i mercati finanziari mondiali (alcuni ìndicano come ordine di grandezza i quadrilioni: ossia milioni di miliardi di dollari). Questo potere si sta sgretolando e la ridefinizione dell’ordine (non solo monetario) mondiale, oltre a comportare necessariamente l’articolazione in due aree monetarie (quella del dollaro e quella dell’euro), non esclude più alcuna possibilità: da una nuova Bretton Woods al multilateralismo, ivi compresa, qualora i nodi non potessero essere sciolti con gli accordi intergovernativi e con regole condivise, una nuova guerra interimperialista.

Enea Bontempi

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