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Da Adro alla Cadrigna: come si marca il territorio

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22 settembre 2011

Caro Madasi,
 
   quando, periodicamente, si riaccende in qualche località del nostro Paese la polemica sulla invadenza dei simboli cristiani (o di quelli leghisti) nel territorio di una Repubblica che dovrebbe essere, in quanto democratica, laica e aconfessionale, di tutti (atei, agnostici e credenti di quella o di quell’altra fede, così come elettori di destra, centro e sinistra), colpiscono soprattutto due aspetti. Il primo è il silenzio (quando non il fastidio) con cui reagisce il mondo politico di ispirazione laica. In definitiva, anche se il diffuso analfabetismo culturale e civile impedisce di prenderne atto, è dal 1984 che la religione cattolica ha cessato di essere religione di Stato. Chi, come gli alpini di Luino, ha preso l’iniziativa di innalzare quella croce monumentale e luminosa sulla cima della Cadrigna è un settario che, ignorando ciò e non conoscendo il rispetto verso chi manifesta posizioni diverse da quelle cattoliche, vuole marcare il territorio con determinati simboli e “inculcare” dei valori religiosi nella popolazione. E adopero il verbo “inculcare”, usato qualche tempo fa dal presidente del Consiglio a proposito degli insegnanti della scuola di Stato da lui accusati di “voler inculcare dei princìpi che sono il contrario di quelli che i genitori vogliono inculcare ai loro figli», poiché tale verbo, che significa: «Imprimere nella mente o nell’animo di qualcuno sentimenti, idee, convinzioni e simili, con opera di insistente persuasione» (De Mauro, “Grande Dizionario italiano dell’uso”), caratterizza perfettamente il senso di quella iniziativa.
   Se poi, come risulta da alcuni commenti alla tua documentata e argomentata protesta (cfr. lettera n. 254) , vi è qualcuno che ritiene che il simbolo della Passione non veicoli alcun sentimento né idea né convinzione da imprimere nell’animo di chicchessia, vuol dire che abbiamo a che fare con personalità labili e puerili, che non si rendono conto, o fanno finta di non rendersi conto, del valore e dell’importanza dei simboli.
   L’altro aspetto che colpisce, nelle periodiche polemiche italiane sui simboli religiosi cristiani, è il carattere pregiudiziale delle reazioni provenienti dal mondo della cosiddetta cultura cattolica. Nessuno che accetti di entrare nel merito, nessuno che si sforzi di contrapporre a un ragionamento un altro ragionamento: solo vaniloqui o lamentazioni. Se questo è il livello delle argomentazioni (si fa per dire) di questi ambienti culturali, vedrai, caro Madasi, che non mancherà chi ci accuserà di insultare la croce o di voler sostituire tale simbolo con la falce e il martello…
   Sappiamo, tuttavia, sia io che tu, assieme a qualcun altro, che i veri cristiani tacciono, poiché, riconoscendo nella croce il simbolo del sacrificio del Salvatore, vorrebbero, esattamente come noi atei, toglierlo da ogni spazio improprio ed estraneo alla fede, evitando di ridurlo a un rozzo segnacolo di identificazione settaria per marcare il territorio e indicare chi in tale territorio comanda. Come se fossimo tornati indietro di quattro secoli, nel periodo storico (fra Cinquecento e Seicento) in cui vigeva il principio del “cuius regio, eius et religio”. Se avessero un minimo di consapevolezza storica, civile e culturale, basterebbe questa sola considerazione, caro Madasi, a bollare come barbari e retrogradi coloro che, non sapendo come proporre la croce e il crocifisso alla coscienza di ciascuno, si limitano ad imporli, dall’alto di una montagna, agli occhi di tutti.
Eros Barone

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