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È ora di cambiare mentalità

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28 ottobre 2007

Cerchiamo di ragionare un pochettino con maggiore calma.
Da decenni assistiamo a politiche volte ad individuare nella velocità il “male assoluto” e a diminuirla sempre più, mediante repressione. I risultati sono sotto gli occhi di tutti: un fallimento. Gli incidenti ed i morti ci sono sempre e comunque, nonostante limiti, relative sanzioni e sistemi elettronici di repressione sempre più severi. In compenso chi ci governa può così dire di “aver fatto qualcosa”, controllando una delle poche variabili facilmente rilevabili e, nel contempo, intascando un sacco di soldi anziché spenderli per migliorare le condizioni delle strade. In una persona intelligente sorgerebbe il dubbio che possa esserci qualcosa di sbagliato nell’analisi di questa situazione. E’ questo che vi chiedo ora: di sgombrare la mente dai pregiudizi e di provare ad analizzare la realtà con maggiore serenità.

Chiunque di voi quando guida si rende conto che, guidando, la velocità è solamente una delle variabili di cui tenere conto. Di per sé non significa nulla la velocità, ma va vista in relazione a tutta una serie di variabili che influenzano la sicurezza: in primis l’attenzione a quello che succede intorno, la propria condizione psico-fisica, i limiti propri e del veicolo che si sta conducendo, le condizioni della strada, gli altri utenti che sono o possono essere presenti. La velocità “adeguata” è quindi estremamente variabile, ed è possibile valutarla correttamente, in modo soggettivo, solo secondo per secondo. Cambia di continuo a seconda della strada, a seconda di quanto si è stanchi o concentrati, a seconda del veicolo che si guida (vi sarete accorti del progresso tecnico). I limiti di velocità generalizzati sono di per sé assurdi, in quanto totalmente inadatti a gestire la complessa realtà sulla quale vanno ad intervenire. La legge non stabilisce cosa è giusto ed “adeguato” e cosa no. E’ la legge che deve cercare di far sì che sia consentito ciò che è giusto e ragionevole ma vietato ciò che non lo è. Se la legge dice che è vietato lavarsi i denti, non diventa automaticamente sbagliato, sociopatico e moralmente riprovevole lavarsi i denti. Legge che peraltro sono decisamente portato a rispettare (dev’essere per questo che certe norme mi danno così fastidio: sarebbe molto più comodo fregarsene).

Il fatto di rispettare un limite legale non garantisce affatto di viaggiare ad una velocità corretta e prudente. Spesso capita di dover andare più piano, perché le condizioni lo richiedono. Tutti noi lo facciamo, usando bene la libertà che abbiamo: se 50 ci sembra troppo andiamo a 30. Se per il traffico che c’è 130 sono troppi andiamo magari a 100. E’ evidente che dobbiamo avere tutti questa fondamentale capacità: adattare lo stile di guida, velocità inclusa, alla realtà circostante. Se, per ipotesi, non avessimo questa capacità, non ci sarebbe alcun limite utile, per quanto basso e fatto rispettare.

E’ difficile trovare le parole per descrivere la sensazione assurda che qualsiasi persona normale, prudente e coscienziosa, ha quando si trova costretto a rispettare un limite inadeguato, o quando passa a 120 km/h il limite di 60 posto 1 km prima di un casello. Per la legge quello è praticamente un criminale, punibile con salatissime multe e numerose sanzioni accessorie, dal ritiro della patente alla perdita di numerosi punti. E’ difficile descrivere la sensazione che si prova quando è palese che, in sicurezza, sarebbe possibile procedere ad una maggiore velocità. Ma sono certo che tutti voi l’avete sperimentata.

Quello che posso fare è dirvi che in mille aspetti della vita si concede fiducia alle altre persone. Come ho già detto anche la presenza di limiti di velocità non garantisce nulla, in quanto a volte è necessario andare più piano. Ed è comunque possibile compiere una strage, investire qualcuno, tamponare, o peggio. Così come col gas per il riscaldamento domestico si può far saltare in aria l’intero palazzo, o con un semplice coltello da cucina acquistabile da chiunque è possibile ammazzare l’intero parentado. Infatti c’è chi lo fa, ma non per questo è vietata la vendita del gas o dei coltelli da cucina. Volenti o nolenti, siamo sempre in balìa delle altre persone. Persone che ci auguriamo gestiscano bene la loro libertà, con coscienza e responsabilità. Vietare a priori questa libertà, perdonatemi se insisto, è da regime totalitario e privo di senso. Equivale a mettere in galera tutti quanti per evitare che qualcuno ne faccia cattivo uso e compia qualche crimine.

Quello che posso fare è mostrarvi come i limiti siano troppo spesso inadeguati. Inadeguati per definizione, come abbiamo detto.

Io capisco che si possano avere dei dubbi (chi non li avrebbe con tutta la cagnara che sentiamo quotidianamente?), ma grazie a Dio al mondo esiste una dimostrazione chiara, lampante, inequivocabile che in autostrada è possibile avere sicurezza (più che da noi) a velocità ben maggiori delle nostre. Scusate se sono ripetitivo, ma nessuno è ancora stato in grado di spiegare il perché di questo fenomeno, ripetuto da decenni da milioni di veicoli in migliaia di km di autostrade tedesche. La mia spiegazione è molto semplice: ogni persona è in grado di valutare e regolare il proprio comportamento, perché se non lo fa succede un disastro. Punto e basta. Ed è semplicemente assurdo ed irrealistico pensare di poter limitare questa libertà a priori pensando di ottenere sicurezza. E trovo decisamente debole la considerazione secondo la quale il merito è delle sanzioni pesanti laddove i limiti ci sono. A parte il fatto che anche in presenza di limiti i tedeschi un discreto “grado di libertà” se lo prendono (andate a vedere se potete, è sempre molto istruttivo vedere “come fanno gli altri”), è invece vera un’altra cosa: le forze dell’ordine sono abituate a concentrarsi, più che sulla velocità, sul punire chi mette in atto comportamenti veramente pericolosi, come movimenti bruschi, distratti o lo stare appiccicati a quello davanti.

Che infatti sono estremamente rari. Devo contestare anche altre autorevoli affermazioni: è ovvio che a 30 Km/h è più probabile salvarsi che a 100. Dato che però in autostrada non ha alcun senso andare a 30 km/h (anche se forse è il sogno proibito di qualcuno), a 110, 130 o 190 cambierà probabilmente solo il grado di riconoscibilità dei corpi in caso di incidente. Già a 70 km/h credo sia dura riuscire ad uscirne vivi, basta guardare come si riduce un’auto ed il manichino al suo interno dopo un crash test a 50 o 60 km/h. Così come in caso di incidente aereo difficilmente qualcuno si salverà; non per questo il veloce e volante aereo è un mezzo di trasporto poco sicuro. Il problema è che non devono succedere gli incidenti. Devo anche contestare il fatto che ci siano un maggior numero di incidenti e morti dove la velocità è più elevata: a me risulta che i dati peggiori si registrino in città, dove la velocità è sensibilmente minore che in autostrada.

Gli agenti delle diverse forze dell’ordine, inoltre, sono soliti controllare la velocità laddove questa è maggiore in assoluto, non dove corrisponde a maggiore pericolo: così vediamo pattuglie in via Sanvito, dove il limite talvolta sta un po’ stretto, ma non in via Veratti (per esempio). Lì sì che sarebbe pericoloso superare il limite dei 50: difatti la gente normalmente va anche più piano, perché non è stupida e si accorge che è pericoloso. La velocità, molto spesso, è indicata come concausa per un errore logico: in quanto infrazione (per la legge) diventa una concausa, anche se non c’è alcun nesso causale tra velocità ed incidente. Così, se un’auto procede in città a 65 km/h ma un’altra non rispetta uno stop, pur vedendo benissimo arrivare l’altro veicolo a questa ”folle” velocità, quest’ultima diventa una concausa. Velocità che magari viene stabilita mediante un dubbio (per usare un eufemismo) sistema che parte dai segni delle frenate. Credo sia virtualmente impossibile, nel 90% dei casi, attribuire sensatamente la causa di un incidente alla velocità “di per sé”. Visto che avete parlato di alcool, credo che un discorso simile possa valere anche nel caso in cui la “vittima” di colui che non ha rispettato lo stop sia ubriaco. Per quanto possa essere deprecabile il fatto che circolasse in tali condizioni, in quell’incidente lui non ha alcuna colpa.
Trovo inoltre che sia pericoloso demonizzare irrazionalmente la velocità “in sé” per due motivi. Il primo è che le conseguenze consistono nel riservare un trattamento da criminale a chi non sta mettendo in pericolo né sé né altri, il chè è decisamente incivile ed ingiusto. E questo non è un aspetto secondario, a meno che non desideriate vivere nell’Afghanistan dei talebani. Il secondo è che se ai cittadini viene erroneamente fornita di continuo la velocità come risposta all’incidentalità, questi sottovaluteranno drasticamente tutti gli altri atteggiamenti veramente pericolosi, e potranno essere portati a sentirsi “nel giusto” nel compiere qualsiasi oscenità, nel guidare senza esserne capaci, pur rispettando i limiti. Come succede esattamente da anni di politiche sbagliate, frutto di analisi e convinzioni sbagliate.

Per chiudere, riporto la risposta di Piero Ostellino al ministro Bianchi pubblicata sul Corriere della Sera lo scorso luglio, in un periodo molto “emotivo” per la circolazione stradale:

Caro ministro Bianchi, lei scrive che «l’eccesso di velocità è tra le cause principali degli incidenti». Io le potrei citare statistiche contrarie: solo l’11-12 per cento sarebbe attribuibile alla velocità. Ma sappiamo entrambi che è impossibile costruire una legge empiricamente verificabile che colleghi velocità a incidenti, troppe essendo le variabili che vi concorrono. Dire che la velocità uccide non è individuare una causa, ma elaborare una teoria politica: per risparmiare energia o per far soldi con le multe. Lei scrive che l’autovelox «registra questa semplice circostanza: qualcuno non ha rispettato una regola». Ma questa è la giustificazione di diritto positivo che danno tutti i regimi totalitari alle proprie leggi. Punendo chi supera i limiti, non si punisce un’azione colpevole di danneggiare qualcuno, ma solo il mancato rispetto di una norma. Guidando si rischia di fare del male, ma solo i regimi illiberali reprimono il rischio. Non c’è giustificazione logica né morale nel punire la previsione che l’uomo faccia cattivo uso della sua libertà. E non mi dica che il suo compito è prevenire la colpa. Cosa direbbe allora se qualcuno lo accusasse di andare in giro con qualcosa che gli permetterebbe di consumare uno stupro?

Augurandomi di aver stimolato i Vostri intelletti ad esaminare il problema in modo diverso, porgo cordiali saluti.

Davide Ghirardini

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