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Ecco come ci trattano gli australiani

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1 agosto 2011

Caro direttore

sono un varesino che risiede per ragioni di lavoro in Australia oramai da molti anni. Leggendo online quotidiani nazionali e provinciali italiani riguardo a Cadel Evans mi sono sorprendentemente reso conto della simpatia di cui gode questo personaggio in Italia e nella nostra provincia a prescindere dall’entità del risultato sportivo ottenuto. Vorrei però informare tali sostenitori Varesotti, Varesini ed Italiani che qui in Australia non c’e nessun tipo di riconoscimento verso la nostra provincia e tutto il lavoro fatto per aiutare questo "australiano" che di australiano, come sappiamo, a parte il passaporto ha veramente poco. Leggendo quindi molti articoli di quotidiani locali australiani e sentendo vari programmi sportivi di Melbourne, a prescindere da una normale ostentata "beatificazione" sportiva del signor Evans, la cosa che più lascia l’amaro in bocca è il totale silenzio e la pura "denigrazione" di tutto quello che non sia australiano o di matrice britannica della sua vita.
Infatti, non solo non viene fatta menzione di dove vive e si alleni ormai da 15 anni, ma i nomi di Aldo Sassi e di tutti gli altri "italiani" al seguito non vengono "appositamente" mai pubblicamente menzionati. Fino all’altro ieri il ciclismo veniva solo menzionato in piccoli trafiletti per denunciarne i vari casi di doping, adesso invece questa disciplina ed il fenomeno Cadel Evans sono i mezzi per perpretare la più becera propaganda nazionalista mirante a riparare il loro atavico complesso di paese senza anima e sempre alla ricerca di un entità culturale.
È storicamente eclatante come i media australiani tralascino sempre di spiegare la ragion per cui per diventare professionisti i "loro atleti" in molte discipline si debbano, per forza di cose, trasferire all’estero e sperare di essere notati da squadre sportive Europee (vedi, fra gli altri Richie Porte). L’ipocrisia giornalistica locale raggiunge però l’apice quando, dovendo forzatamente parlare di questi "soggiorni" all’estero, scaltramente aggirano il discorso denigrando il luogo d’adozione sottolineando invece il fatto che "i loro poveri atleti" hanno anche dovuto correre per squadre dove gli altri atleti parlano una lingua diversa dall’inglese. Ovvero, quelle poche volte che viene ricordata la loro residenza, come nel caso del signor Evans, il vivere all’estero NON viene dipinto da televisioni e giornali australiani come il mezzo cha ha permesso loro di migliorare in una disciplina sportiva, ma piuttosto come un ulteriore impiccio razziale e linguistico con cui questi eroi nazionali anglossassoni devono cimentarsi quotidianamente.
Il signor Evans, fino ad oggi, nelle sue interviste rilasciate ai Media Australiani (ovviamente in inglese), non ha mai menzionato o ringraziato il Ticino o la provincia di Varese per tutto il loro supporto. Si è sempre ben guardato dall’ammettere od anche dal lontanamente menzionare che se non fosse stato per Sassi e per la centennale struttura e passione ciclistica Italiana LUI non sarebbe mai arrivato ad essere il campione che tanti ora acclamano. Capisco che questo mio sfogo vada controcorrente (da quello che leggo) a quella che è l’opinione pubblica sportiva degli Italiani da sempre molto esterofili e convinti che la cultura sportiva straniera sia come l’erba del vicino. Mi urta però sapere che nella mia provincia si sorrida e supporti atleti stranieri che, da veri mercenari, presto dimenticano ed in molti casi denigrano apertamente i luoghi che li hanno ospitano e la gente che li ha aiutati.
Colgo quindi l’occasione quindi per ricordare che L’Australian Institute of Sport di Gavirate, è stato costruito con i soldi dei contribuenti varesini. Sfido però chiunque a trovare un australiano d’Australia capace di trovare Varese sulla mappa o che ne abbia mai sentito parlare.
Meditate Varesini, mediate…. Regards,

Rick Piccinelli

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