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Filosofarti, un uso gastronomico della cultura

Filosofarti 2018
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13 marzo 2018

Egregio direttore,
prima ancora di discutere della cultura è opportuno chiarire ciò che si intende con il termine ‘cultura’, giacché l’equivocità che caratterizza tale termine ne fa oscillare i molteplici significati fra i due poli di un ‘oggetto senza concetto’ e di un ‘concetto senza oggetto’. Il mio sommesso avviso è che proprio questa mancanza di definizione renda inevitabili sia la riduzione ‘gastronomica’ della cultura sia la conseguente problematica circa gli effetti eupeptici (o dispeptici) del suo consumo, laddove appare sempre più chiaro che è esattamente quest’ultimo a determinare, in ultima istanza, l’insieme degli eventi e delle iniziative correntemente definiti come ‘culturali’. La riduzione gastronomica della cultura, avendo uno scopo prevalentemente commerciale (la ‘customer satisfaction’), fa sì che giudizi di valore e conflitti di posizioni siano sommersi in una melassa indistinta che viene spacciata come espressione di pluralismo quando, in realtà, non è altro che deteriore e selettivo eclettismo. Di conseguenza, la rinuncia a formulare giudizi di valore e ad eludere conflitti di posizioni, anziché aiutarci a capire meglio chi siamo aprendo la via ad una presa di coscienza, ha accentuato una sorta di ‘alienazione culturalistica’ per cui si tende, da un lato, a dissimulare che la cultura di fatto interessa poco e, dall’altro, si ritiene doveroso affermare che i prodotti culturali sono di per sé un valore, anche quando non hanno valore.

Da questo punto di vista, volendo porgere un esempio istruttivo di un’offerta culturale atta ad alimentare la suddetta alienazione, è doveroso citare l’ossimorico “Festival di Filosofia”, in cui il cibo che, ai più diversi livelli, viene cucinato e ammannito da una sorta di “mercante in fiera” è sempre più scadente, anche se infiocchettato e guarnito nei modi più variegati, suggeriti o imposti da quel nuovo ramo della produzione di merci che è la ‘spettacolarizzazione della cultura’ incollata, come i cocci di un piatto rotto, al ‘marketing territoriale’. Del resto, è proprio nella ‘spettacolarizzazione della cultura’ e nel ‘marketing territoriale’ che il nostro paese (e Gallarate non fa eccezione) sta affermando un suo indubbio primato. Sennonché la quantità (due settimane di ‘eventi’) non si converte in qualità conoscitiva e formativa e, quando ciò accade, producendo solo cattiva qualità il risultato che si ottiene è, nel migliore dei casi, lo specchio della miseria e della vacuità di larga parte della odierna cultura filosofica italiana.

Sarebbe quanto meno utile acquisire un panorama delle diverse posizioni esistenti nel dibattito filosofico, ma il ‘festival’ non lo consente, poiché, pur essendo dedicato al tema dell’“educare” e pur aspirando ad essere l’equivalente culturale del manuale Cencelli, è caratterizzato dalla drastica esclusione delle posizioni materialistiche e delle concezioni scientifiche. Eppure nella presentazione del ‘festival’, sia pure con un lessico aziendalistico e antipedagogico, si parla di “una lettura critica e polimorfa della società nella quale abitiamo il contemporaneo” e del “bisogno di riconciliarsi con i valori educativi per ogni età di fascia e di target”, bisogno che, si garantisce, “diventa una necessità inesausta”.

Un pensatore francese, André Comte-Sponville, ha così definito la filosofia: “Ogni filosofia è una lotta. La sua arma? La ragione. I suoi nemici? La stupidità, il fanatismo, l’oscurantismo. I suoi alleati? Le scienze. I suoi soggetti? Il tutto, con dentro l’uomo. Oppure l’uomo, ma nel tutto. Il suo fine? La saggezza, cioè la felicità nella verità”. Al contrario, il senso e la nozione di filosofia che ci consegna la manifestazione di Gallarate è l’essudato provinciale di quella scienza, oggi fin troppo praticata, con la quale o senza la quale tutto resta tale e quale.

Eros Barone

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