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Finanziaria: non c’è bisogno di essere comunisti per auspicare un processo perequativo

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14 settembre 2006

La discussione sulla prossima finanziaria pare infilarsi nel solco della contrapposizione fra sinistra e moderati, fra i quali primeggiano alcuni esponenti ds, al solito più realisti del re e sempre in cerca di legittimazione presso i vari “poteri”. Passati cinque anni a denunciare, con ragione, gli sforamenti di bilancio del “creativo” Tremonti, dai cui abbiamo ricevuto conti pubblici a rischio di collasso, oggi paiono aver rispolverato il famoso “piano Ciampi” di abbattimento accelerato del debito pubblico, quello che fece sì che lo stato spendesse in beni e servizi meno di quel che introitava con le imposte, girando la differenza ai “rentiers”, ai redditieri. Questa logica, tipica del “vecchio” Ulivo, risulta superata dal programma con cui l’Unione si é presentata ed ha vinto le elezioni, programma che, una volta tanto, chiede di essere rispettato proprio perché scritto pensando ad una prassi di governo possibile e necessaria, anche in politica economica, per il bene del paese.
In apparenza i rigoristi avrebbero ragione: se la situazione dei conti pubblici è davvero grave, gli unici interventi possibili in tempi brevi sono i capitoli più pesanti della spesa statale, cioè pensioni, sanità, pubblico impiego e trasferimenti agli enti locali. Infatti la lotta all’evasione, che si può fare e va fatta, richiede tempo.
Se però usciamo dall’apparenza, ci accorgiamo che il motivo di fondo che ha indotto Padoa-Schioppa a fissare prima in 35 ed oggi in 30 miliardi l’ammontare della finanziaria non dipende tanto dalla necessità di scendere sotto al 3% nel rapporto deficit/pil (Francia e Germania e l’Italia di Berlusconi hanno ripetutamente sforato quel vincolo, senza sanzioni), ma che questa decisione é politica, é frutto della scelta di ridurre dimensione del debito pubblico in rapporto al PIL. Si pone allora la domanda se sia davvero necessario ed in molti, molti economisti anche (si veda www.appellodeglieconomisti.com), rispondono di no.
Già nei mesi scorsi, quando si lavorava al programma, era stato infatti ribadito che non esiste alcuna dimensione non sostenibile del debito pubblico, purché si abbia un’adeguata crescita economica, anche se ragioni politiche portano ad ignorare quanto é noto nella letteratura economica. Quindi, definita la soglia di sostenibilità della spesa in base al rapporto fra deficit/pil, debito/pil e tasso di crescita, ne emerge che i parametri di Maastricht (no deficit oltre il 3% e no debito oltre il 60% del pil) rappresentano una delle possibili soglie di sostenibilità.
Vi é poi chi avanza la questione di possibili reazioni negative dei mercati finanziari, ai danni del sistema economico italiano, a causa di un abbandono o di una attenuazione della strategia di abbattimento del debito a tutti i costi. Per questo genere di timore vale la semplice obiezione che l’unificazione monetaria e la maggiore integrazione del mercato finanziario hanno determinato una riduzione delle differenze tra i tassi d’interesse, tale da non giustificare spostamenti di capitali da parte di operatori timorosi della tenuta dei loro investimenti. Siamo quindi in presenza di un elemento di propaganda più che di un pericolo reale.
Queste argomentazioni, che ho sintetizzato e che sono molto meglio sostenute da oltre sessanta economisti in un appello per la stabilizzazione del debito pubblico, apparso nel luglio scorso, non sono state confutate da nessun sostenitore del “rigore”…….
Se la sinistra e le organizzazioni sindacali le assumessero, si potrebbe non solo sostenere gli europarlamentari che hanno chiesto di ripensare a fondo la logica che ispira i Trattati europei, ma anche proporre un contributo onestamente di parte, ma tecnicamente efficace, al miglioramento del benessere del Paese, in particolare dei suoi ceti più deboli e sfruttati.
A sostegno di quanto sopra, va rammentato che il problema dell’economia italiana è sia di domanda che di offerta, se non altro perché la domanda di moneta è il modo in cui, in una società fondata sui rapporti di denaro, può manifestarsi qualunque bisogno socialmente rilevante (infatti Keynes invocava una «socializzazione di una certa ampiezza dell’investimento»). Questo significa che un intervento pubblico che voglia essere serio (parliamo di ambiente, ricerca o “beni comuni”) non è possibile se non ci si libera del freno che i vincoli del Patto di stabilità pongono all’espansione della domanda pubblica. Come dire: non é serio e non ha senso solidarizzare con i precari o stracciarsi le vesti per le calotte polari che si sciolgono, se poi non si comprende il ruolo che il debito pubblico ha giocato e può ancora giocare nel progresso materiale, morale e civile del nostro Paese, senza che questo apra alcuna prospettiva rovinosa. Se invece rimaniamo ancorati al feticcio della riduzione del debito, che sarebbe “cosa buona e giusta” per definizione, rischiamo di ripetere la storia recente: cinque anni fa, dopo un “ciclo virtuoso” di avanzi primari, l’Ulivo fu sonoramente bocciato alle elezioni……………….
Quanto alla lotta all’evasione, che i rigoristi considerano troppo difficoltosa e quindi non perseguibile, ricordo solo alcuni dati del Dipartimento delle politiche fiscali del Ministero delle Finanze.
Su 2milioni e 350mila imprenditori italiani, solo lo 0,14% dichiara un reddito superiore ai 200mila euro annui e su 850mila professionisti, solo la metà dichiara un reddito superiore ai 40mila euro anno. Ci sono poi 400mila società di capitali ed enti commerciali che dichiarano profitti zero o perdite. Cisono società come Fiat, Ferrari, Conad che dichiarano redditi inferiori alla decina di migliaia di euro!!
Se a questo si aggiunge una stima di 300miliardi di euro di imponibile nascosti nel sommerso e nell’economia criminale, possiamo ben dire che i casi sono due: o siamo un paese sull’orlo della bancarotta, con aziende e liberi professionisti sull’orlo del fallimento di massa, o siamo un paese che ha il dovere di essere un paese civile ed onesto anche sul piano economico, un paese che di fronte a tanta ricchezza occultata non può cercare ancora una volta le risorse ai danni della parte maggioritaria del paese, quella che si spartisce la fetta più piccola della ricchezza che ci vediamo quotidianamente girare intorno.
Se tra il 1974 ed il 2005 (studio del CorrierEconomia) la parte di ricchezza prodotta dalle imprese destinata ai salari é scesa dal 70 al 48% e quella destinata agli azionisti é passata dal 2 a16%, non c’è bisogno di essere “comunisti” per dire che un processo di perequazione va rimesso in movimento, magari anche a partire dalla prossima finanziaria. E penso che anche agli esponenti dei ceti (realmente) produttivi ed imprenditoriali non sia sgradito un percorso che rilanci lo sviluppo economico attraverso una maggiore redistribuzione delle risorse spendibili, un maggior investimento pubblico in ricerca, educazione, infrastrutture e tecnologia ed una riduzione della concorrenza sleale di cui si avvantaggia chi usa le leve dell’elusione e dell’evasione come fattore di successo sul mercato.

Angelo Zappoli - Consigliere Comunale Varese Prc

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