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Forse è necessario un ‘golpe’ democratico?

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18 giugno 2011

 «Tali passioni, inizialmente, quando […] era ancora sotto il controllo delle leggi e del padre, si scatenavano solo nel sonno, in sogno. Ma dacché è succeduta la tirannia dell’Amore, quale egli era qualche rara volta nel sogno, ora è continuamente da sveglio; per questo, non arretrerà dinanzi ad alcun delitto, per scellerato che esso sia, né ad alcun cibo, o azione. Anzi, l’Amore che in lui la fa da padrone, in assenza di ogni autorità e legge, da monarca assoluto guiderà la sua vittima come condurrebbe la Città, ossia con assoluta sfrontatezza, per sostentare se stesso e la folla vociante dei desideri: quelli che gli sono venuti dal di fuori, dalle malvagie compagnie, e quelli che si liberano e affiorano dentro di lui, a causa dei suoi costumi e delle sue scelte di vita» (Platone, “Repubblica”, 574D-E-575A)

Giovanni Dotti espone nella sua ultima lettera un’analisi penetrante dei limiti della Costituzione italiana, la quale, benché caratterizzata dal “complesso del tiranno” (come fu osservato a suo tempo da un eminente giurista, Costantino Mortati, il quale aveva contribuito a redigerne il testo), tuttavia “non prevede esplicitamente le dimissioni obbligatorie dalle cariche pubbliche per alcuni casi specifici di indegnità relativamente a certi reati (che dovrebbero anche essere opportunamente precisati)”. Aggiunge giustamente l’ottimo Dotti che “probabilmente ciò è dovuto al fatto che i nostri Padri Costituenti mai si sarebbero immaginati che la nostra classe politica sarebbe potuta cadere così in basso!”

Ebbene, prima che il gruppo dominante che detiene le leve del potere esecutivo e che è stato duramente delegittimato dal voto popolare delle elezioni amministrative e dei referendum, possa essere tentato di compiere colpi di coda (o di testa), dal momento che il linguaggio violento, intimidatorio e sedizioso adoperato proprio in questi giorni da alcuni esponenti di tale gruppo autorizza a formulare ipotesi di questo tipo, io mi domando se non sia il caso di riproporre la ‘provocazione’ avanzata il 14 aprile scorso da Alberto Asor Rosa, uno dei maggiori studiosi della letteratura italiana che possa vantare il nostro Paese, in un articolo pubblicato dal “manifesto”, di cui riporto la parte finale:

“…è arrivato in Italia quel momento fatale in cui, se non si arresta il processo e si torna indietro, non resta che correre senza più rimedi né ostacoli verso il precipizio. Come?
Dico subito che mi sembrerebbe incongrua una prova di forza dal basso, per la quale non esistono le condizioni, o, ammesso che esistano, porterebbero a esiti catastrofici. Certo, la pressione della parte sana del paese è una fattore indispensabile del processo, ma, come gli ultimi mesi hanno abbondantemente dimostrato, non sufficiente.
Ciò cui io penso è invece una prova di forza che, con l’autorevolezza e le ragioni inconfutabili che promanano dalla difesa dei capisaldi irrinunciabili del sistema repubblicano, scenda dall’alto, instaura quello che io definirei un normale ‘stato d’emergenza’, si avvale, più che di manifestanti generosi, dei Carabinieri e della Polizia di Stato, congela le Camere, sospende tutte le immunità parlamentari, restituisce alla magistratura le sue possibilità e capacità di azione, stabilisce d’autorità nuove regole elettorali, rimuove, risolvendo per sempre il conflitto d’interessi, le cause di affermazione e di sopravvivenza della lobby affaristico-delinquenziale, e avvalendosi anche del prevedibile, anzi prevedibilissimo appoggio europeo, restituisce l’Italia alla sua più profonda vocazione democratica, facendo approdare il paese ad una grande, seria, onesta e, soprattutto, alla pari consultazione elettorale.
Insomma: la democrazia si salva, anche forzandone le regole. Le ultime occasioni per evitare che la storia si ripeta stanno rapidamente sfumando. Se non saranno colte, la storia si ripeterà. E se si ripeterà, non ci resterà che dolercene. Ma in questo genere di cose, ci se ne può dolere, solo quando ormai è diventato inutile farlo. Dio non voglia che, quando fra due o tre anni lo sapremo con definitiva certezza (insomma: l’Italia del ’24, la Germania del febbraio ’33), non ci resti che dolercene.”

Italicus

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