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Frenare in Valganna

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8 novembre 2008

Egregio Direttore,

anche in riferimento alla lettera del signor Marco F. (Alcune considerazioni sulla strada della Valganna), vorrei richiamare l’attenzione su una coppia di episodi, che a me sembrano essere fra loro in contraddizione. Nei giorni scorsi ho letto su un giornale locale un articolo, riguardante la riduzione di velocità sulla statale 233 della Valganna dagli attuali 90 a 70 Km/h. Un punto ritenuto pericoloso è quel tratto dove lunghi rettilinei invitano a viaggiare a velocità sostenuta: l’articolo afferma che si tratta di un provvedimento utile ed efficace, non finalizzato a fare cassa, ma a reprimere e nel contempo educare certi comportamenti indisciplinati degli automobilisti, specie dei giovani. Alcuni giorni fa seguivo distrattamente una trasmissione su una rete televisiva nazionale, nella quale proponevano le novità del mercato automobilistico. I due conduttori della trasmissione, a turno, elencavano le doti delle auto esaminate, insistendo sul concetto che le auto di maggior potenza fossero destinate ad una clientela giovane, dinamica, moderna. L’auto x è commercializzata nella versione da 150 cavalli, ma per i giovani, che amano l’auto “grintosa”, c’è anche la versione da 190 cavalli!

Orbene, immaginiamo un giovane d’oggi, che nel secondo posto delle sue priorità (il primo è scontato) ci mette l’automobile, supponiamo che si comperi a rate l’auto da 190 cavalli, e che malauguratamente debba percorrere il tragitto fra Luino e Varese via Valganna: finito il lavoro, una doccia in fretta e via, dalla fidanzata, che magari ci scappa la prima priorità. Da Luino a Grantola il limite è 50, poi ci sono i tornanti, da Cunardo a Ghirla ci sono 400 metri a 70 Km/h, intercalati da un passaggio pedonale, da Ghirla a Ganna una serie continua di curve costeggiano il lago, e un paio di chilometri dopo Ganna, finalmente, ci sono i rettilinei, quelli che l’articolo indica come pericolosi. Il povero giovinotto ha sopportato fino a quel punto un numero imprecisato di camion, corriere, apecar, lambrette, ciclisti amatoriali e pedoni indecisi , si ritrova sotto il cofano un toro meccanico recalcitrante, surriscaldato, e surriscaldato lo è anche il giovane, per via degli ormoni di troppo.

Se, come probabile, saranno collocati autovelox e controlli, si prospetta uno scontro fra titani, una scena da mezzogiorno di fuoco: da una parte un giovanotto molto trattenuto e teso, dall’altra un gendarme, umano e/o elettronico, intenzionato a trattenerlo ulteriormente. Il finale di questa immaginaria vicenda è scontato: il giovane si ritrova una rata in più da pagare, e non credo che possa avere “imparato” la lezione, poiché è convinto di aver commesso un’imprudenza lieve, e che la colpa non sia tutta sua. Dal canto suo, il gendarme è persuaso del fatto di aver adempiuto al proprio dovere, di aver educato qualcuno e di avere scongiurato un possibile incidente. Nessuno dei due ha torto, ma nessuno dei due ha pienamente ragione. Entrambe sono degli attori che interpretano il proprio ruolo, e che in un certo senso si trovano di fronte a situazioni che hanno creato altri. Non spetta a loro risolvere tali situazioni, ma agli “altri”, a quelle persone, cioè, che fissano le regole del gioco.

Fissare le regole non significa piantare un cartello stradale in più, ma saper vedere il fenomeno nel suo insieme, individuarne le cause: mi sembra evidente che ci sono due volontà contrapposte, il mercato automobilistico, con tutto ciò che gli ruota intorno, ed il codice della strada, sempre più restrittivo e repressivo. Due “teste” che ragionano ed agiscono secondo interessi opposti fra loro. Il mercato tende a soddisfare i desideri dei clienti, e poiché fra tali desideri ci sono anche la velocità e la potenza del mezzo, in quella direzione va l’offerta. Il codice della strada punta, giustamente, sulla sicurezza, ed a fronte dell’aumento degli incidenti, non sa fare altro che rendere più restrittive le norme, più aspre le sanzioni e più intensi i controlli, secondo la regola che, a minor velocità corrisponde minor rischio.

Il mercato sembra non prendere in considerazione il fatto che mezzi potenti e veloci sono esponenzialmente meno sicuri, e finge attenzione per la sicurezza, attrezzando i mezzi medesimi (che in questo modo divengono ancora più costosi) con dispositivi “innovativi”, il cui unico scopo è compensare l’aumento di pericolo dovuto all’aumento di potenza. Le norme del codice della strada e le istituzioni preposte al suo rispetto (Anas, comuni, ecc., nonché la nutrita schiera di sorveglianti autorizzati a sanzionare) sembrano non tenere in considerazione il diritto alla mobilità del cittadino, cioè la possibilità di muoversi sulla rete stradale da un punto all’altro della nostra penisola nel minor tempo possibile ed al minor costo possibile.

Un duplice strabismo, sapere ma far finta di non sapere: quasi una tacita intesa, per non pestarsi i piedi reciprocamente. Se la situazione permane immutata, immagino che nel prossimo futuro avremo auto e moto veloci come missili, che viaggiano su strade intrise di cartelli stradali, soggette a limiti esasperati e costellate da radar. Una “politica” seria, invece, dovrebbe fare in modo che un giovanotto non si trovi, ancora, a sfidare un autovelox.

Cordiali saluti.

Silvano Madasi

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