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G8: un disonore per l’uniforme

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15 novembre 2008

Assistere alle sentenze come quella emessa ieri relativa ai fatti del G8 di Genova è sempre triste.
Quando ero un militare di carriera la prima cosa che mi hanno insegnato, come valore assunto di un comandante di uomini, è stata quella che come tale sarei stato responsabile di ogni azione compiuta dai miei uomini.
Questo per responsabilizzare il comandante, per spronarlo a formare e gestire il proprio personale conformemente ai regolamenti, alle leggi.
Questo per responsabilizzare il comandante per prevenire il classico scarica barile.
Può avvenire certamente che il livello inferiore possa giustificarsi dicendo “non era di mia competenza” ma non deve mai avvenire il contrario, perchè un buon comandante è responsabile dei propri uomini, anche di quelli che comanda per delega data ad un subcomandante.
Quanto abbiamo visto a Genova è la rappresentazione di una mentalità operativa delle nostre forze di sicurezza in generale, non è il frutto di grandi manovre fascistoidi quanto il risultato di un substrato fascistoide ancora vivo ed espresso sia nei protocolli addestrativi, sia nella percezione del ruolo di tutore dell’ordine confuso con l’ordine da tutelare.
Substrato che raggiunge quei picchi d’intollerabilità laddove è stimolato da una ipermentalità fascista che apre il campo alla manipolabilità dei molti manganellatori, i quali da sanguinolenti macellai cileni si trasformano in silenti “non ricordo” con la bavina alla bocca durante gli interrogatori nei processi.
Sono vigliacchi, solo vigliacchi, nascosti in fregi ed uniformi ma tali restano, dei vigliacchi, considerati vigliacchi anche dal proprio personale, dai propri colleghi, dai propri comandanti, quelli che hanno scelto di non manganellare, di non incitare il macello, di cercare di tenere a bada quell’orda di manovali del manganello comandanti da altri perfetti incapaci.
Il fatto che i vertici della polizia non siano stati giuridicamente ritenuti responsabili è solo un atto giuridico e non la cancellazione di una verità sociale, condivisa e condivisibile ad ogni visione delle immagini inerenti il G8.
Certo, lascia l’amaro in bocca, lascia spazio al senso d’impunità per i prossimi manganellatori, lascia il senso della delusione nelle parti offese direttamente coinvolte nei fatti.
Siamo tutti noi le parti offese, perchè non possiamo sostenere che un operatore delle forze di polizia e di sicurezza in generale, a qualsiasi livello, possa spaccare le teste, forare i polmoni, spaccare i denti, le ossa a dei ragazzi e non ragazzi sulla base di una presunta informativa o per quasiasi altra ragione.

Quel tipo di “modulo psicologico” è ben conosciuto a chiunque abbia trascorso un pò di tempo in uniforme all’interno di quei reparti, di polizia o dei carabinieri e delle altre unità del genere, la mentalità del “massiccio” , del “uè giovaneee”, del “porco zio” e così via, la mentalità che produce l’alibi dell’ignoranza da compensare con la propaganda dei valori di patria, di onore, di fedeltà; ma a cosa, se non ad un nostalgico ideale di “purezza” che non esisteva nemmeno durante il fascismo, quello vero.
Sia in passato che oggi stiamo formando degli operatori di polizia e di sicurezza con moduli teorici validi ma con strumenti pratici viziati di quella frustrazione che rende frustrato anche l’operatore più sereno.
Stiamo formando dei deboli, perchè altro non sono quattro operatori che spaccano le ossa a dei ragazzini, a delle persone che anche laddove considerati autori di reato o soggetti con un elevato indice di pericolosità, una volta a terra e immobilizzati non meritano certo quei calci, quelle botte.
Nel nostro strano paese assistiamo alla progressione di carriera di soggetti che avrebbero buone ragioni per cambiare mestiere, questo è il problema, la carriera in Italia la fanno i mediocri, che comanderanno da mediocri, formando e crescendo mediocri.
Laddove un valido e bravo operatore di polizia o di sicurezza esprima la propria vera professionalità, rispetti i veri valori del suo ruolo, cioè la tutela della sicurezza pubblica, il rispetto della collettività, susciterà fastidio fra i propri colleghi tanto che verrà “bollato” ghettizzato e probabilmente si adatterà alla situazione, cambierà lavoro oppure si troverà un posto di mediazione per il quieto vivere.
A Genova, durante il G8, ci sono stati degli operatori che hanno denunciato i propri colleghi, che si sono rifiutati di manganellare in dieci dei ragazzi distesi a terra, che non hanno partecipato a quella macelleria, gridando sin da subito lo schifo che hanno vissuto fra i loro ranghi, senza però andare oltre, senza essere stati così “onorevoli” e “valorosi” da denunciare pubblicamente o addirittura strapparsi le mostrine come avveniva un tempo in caso di disonore di un reparto.
Ecco, la più grande punizione per questa gente è proprio questo, il DISONORE, non le sentenze o le condanne che tanto con un paio di telefonatine all’amico dell’amico non cambia nulla, fanno lo stesso carriera.

DISONORE, vigliacchi manovali dell’ignoranza in uniforme con l’alibi dei valori di patria.
Chi è morto in iraq, o altrove ha dimostrato l’alto rischio che corre nel compiere il proprio lavoro (non dimentichiamo che è un lavoro, assunto a stile di vita, ma rimane un lavoro) morendo nello svolgimento del proprio lavoro e reso eroe dalla patria, rispettato da tutti noi collettività e pianto come uomo che è morto svolgendo il proprio lavoro; non come eroe caduto per salvare la pace come vogliono farci credere, perchè se sei un governo che desidera la pace inzia allora dal togliere il manganello dai tuoi tutori dell’ordine che non ne sanno misurare la pericolosità nell’uso; inizia col dare pace alla collettività stimolando il rispetto dei valori della Democrazia, rappresentati anche da uomini in uniforme affidabili, invece di imporci il valore di patria rinforzato dalla strumentalizzazione della morte dei lavoratori in uniforme.

Chi ha macellato quei ragazzi ha dimostrato l’alto rischio che corriamo nel permettere ancora a quattro frustrati di comandare dei giovani uomini, condizionati a tal punto che scambiano il proprio onorevole lavoro in un lavoro che solo svolgendolo dona onore anche agli incapaci.

L’onore è assistere al rispetto della vita umana, la propria e degli altri, è assistere al rispetto della dignità, la propria e degli altri.
Ho detto più volte che se desideriamo prevenire quanto avvenuto a Genova e in altre, troppe, occasioni simili, occorre che siano gli operatori delle forze dell’ordine e di sicurezza a desiderare il cambiamento, per questo sosteniamoli invece di demonizzarli, offriamo loro il confronto, rinforziamoli nel rispetto delle regole e portiamoli fuori dalla mentalità delle “proprie regole” da far rispettare a manganellate.
Carlo Giuliani è morto per mano di un ragazzino con la pistola, le manette, il tesserino, l’uniforme e forse anche un sacco di sogni, di famiglia, lavoro sicuro e futuro sereno che si è assunto la irresponsabilità di sparare uccidendo Carlo, un giovane che ha scelto di manifestare assumendosi la irresponsabilità di partecipare agli scontri contro le forze dell’ordine, rischiando le manganellate ed anche il colpo di pistola che lo ha ucciso e che non lo doveva uccidere.

Il problema non è rappresentato da Mario Caplanica o dal fu Carlo Giuliani, il problema siamo noi collettività che non siamo stati capaci di comprendere cosa fare, civilmente e democraticamente, affinchè non si ripeta ancora che un ragazzino armato di pistola valori e patria uccida un altro ragazzino armato di estintore e dei propri ideali.

La Democrazia non la difendono solo i poliziotti, i militari, ma soprattutto la collettività, che partecipa alla difesa della Democrazia con la scelta di tutelare la libertà; libertà di manifestare anche contro le uniformi violente.
La nazione è un contenitore confinato di vite umane, di persone che lavorano, la patria è un contenitore di ideali e di valori di libertà che permettono alla collettività di vivere confinata nella propria nazione, democraticamente; sono un guscio ed una guaina della stessa vita, non un contenitore da sovrapporre o imporre all’altro; sono un “concetto” espresso da chi crede nella Patria con fede militaristica e chi crede nella collettività che risiede all’interno di un terriorio confinato e rappresentato da una bandiera; confini segnati col sangue dei caduti nelle varie guerre d’oppressione e di liberazione, morti civili e militari.
Confini che non debbono però confinare il desiderio di superare il concetto di patria con quello di collettività che vive in uno stesso stato ma che guarda senza confini, che merita rispetto anche se non condivide il concetto di fedeltà alla patria, onore ai caduti, rispetto per le uniformi.
Sono stato un giovane in uniforme, ma ho conosciuto tanti altri giovani contrari alle uniformi che rispettavano la storia della nostra democrazia alzandosi la mattina per studiare e lavorare, senza tanti fregi o canti nostalgici, alcuni dei quali morti durante lo svolgimento del proprio lavoro senza grandi medaglie.

In parole povere la macelleria in uniforme al G8 non ha rispettato i propri caduti, i propri fregi, la propria uniforme, la dignità propria e degli altri.
DISONORE, questa è la peggiore condanna emanata dalla società civile, dalla collettività, verso i fatti del G8, il resto è e rimane la solita italietta di sempre….

Fabio Piselli

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