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Gaber merita di entrare nelle scuole

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2 ottobre 2007

Caro direttore,

Milano celebra l’indimenticabile Giorgio Gaber.
Gaber era una di quelle persone che davvero appartengono solo a se stesse e al loro poderoso pensiero, non lo potevi mettere in quota a nessun partito.

Spietato all’inverosimile nel cantare i vizi della politica e gli orrori della natura umana (“I mostri” ), ogni sua parola, scelta con cura fino alla pignoleria, ti giungeva al cervello e al cuore come una sciabolata e ti faceva riflettere.
Ormai disincantato nei confronti dell’umanità sempre più in preda alle sue nevrosi e paure, non aveva timore a raccontare i sogni di chi “era felice solo se lo erano anche gli altri…” e parlava di “chi si credeva comunista e forse era qualcos’altro” come di un gabbiano a cui le sconfitte della Storia avevano tagliato le ali.

Gaber che detestava i falsi buonismi, che era consapevole, e osava urlarlo, di quanto “fosse facile essere buoni con i soldi degli italiani” e violentava i politici di professione, la loro ipocrisia, la falsa tolleranza e si scagliava contro l’indecenza di un’informazione che mette in posa i bambini pronti a morire per fotografarli, che non ha pudore nel frugare dentro le miserie umane pur di fare spettacolo.
Gaber che da anni derideva il concetto di Destra e Sinistra perchè “la realtà è più avanti”, che inveiva contro lo strapotere di una Chiesa invadente e intollerante, che ti buttava in faccia le contraddizioni che si nascondono dietro il perbenismo di una morale vecchia e corrotta, di una falsa idealità di maniera che ama tutti perchè di tutti se ne frega.

Gaber conosceva l’animo umano, le sue pochezze ma anche la capacità di slanci verso una realtà migliore, non negava la speranza di una rinascita di un umanesimo nuovo dove l’uomo abbandona il potere sugli altri per “esercitare un potere su se stesso”, e anelava a “un uomo che esaltasse l’individualismo ma negasse ogni forma di egoismo”, un uomo nuovo, libero, capace di rigenerarsi abbandonando le proprie debolezze e guardando il mondo e la realtà attraverso un’ottica nuova.
Gaber che parlava delle sconfitte della sua generazione, del fallimento delle ideologie a vantaggio di un mercato paragonato a un obeso che divora tutto ciò con cui viene a contatto, ma anche un Gaber tenero e fiducioso nel raccontare l’amore fra un uomo e una donna che quando vedono tradito e ferito il loro amore rifiutano “le nostre idee in amore” e scelgono di morire insieme in un gesto “che si può definire resistenza”.

Gaber ci ha lasciato in eredità un patrimonio di riflessioni che dovrebbero a buon titolo entrare nei testi scolastici come fu per De Andrè e per tutti coloro che cantarono la poesia della vita.

Roberta Lattuada

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