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Garibaldi fra Risorgimento e anti-Risorgimento

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6 settembre 2010

Egregio direttore,
“Dicono male di Garibaldi grandi e piccoli leghisti. Dicono male di Garibaldi
al Meeting estivo di Comunione e Liberazione a Rimini. Quelli che oggi si
proclamano ‘moderati’ o ‘riformisti’ non ce l’hanno proprio in mente. E il
revisionismo più colto risale a lui per stigmatizzare quello che chiama ‘Brigantismo
senza fine’. È venuto il momento di dir bene di Garibaldi”. Questo è il preambolo
di Mario Isnenghi al suo libro, pubblicato nel 2007, «Garibaldi fu ferito. Storia e
mito di un rivoluzionario», una ricostruzione della complessa biografia di Giuseppe
Garibaldi e degli usi che allora e successivamente sono stati fatti del personaggio,
bandiera, attraverso il tempo, di gruppi politici contrapposti. In molti lo hanno
rivendicato come icona degli ideali da loro sostenuti, mentre altri hanno teso a
denigrarlo compiendo un’operazione di parcellizzazione del personaggio. Negli
ultimi anni, tuttavia, quando nei dibattiti politici capita di riferirsi a Garibaldi, è
per parlarne male. Isnenghi, invece, restituisce al lettore un’immagine quanto più
possibile completa di Giuseppe Garibaldi in modo da consentirgli di capire perché sia
stato dipinto come un rivoluzionario disciplinato o come un interventista ai primi del
Novecento per poi diventare un simbolo degli antifascisti durante la Seconda Guerra
Mondiale ed essere successivamente invocato come modello ideale da Craxi e da
Spadolini.
Dal canto suo, la lettera di Antonio Perrucci, animata com’è da un cieco livore
antirisorgimentale e dalla volontà programmatica di denigrare la figura di Garibaldi,
è priva di qualsiasi spessore storico ed è figlia di un approccio psicopatologico che il
grande filosofo Hegel ha efficacemente definito come l’“ottica del cameriere”. Non
è cercando di spiare la vita di Garibaldi dal buco della serratura che i “camerieri”
potranno portare un contributo significativo al revisionismo antigaribaldino.
Dal punto di vista storico, il giudizio sulla figura di Giuseppe Garibaldi non
può che nascere dalla conoscenza delle imprese di cui l’eroe nizzardo è stato
protagonista: imprese che confermano, oltre all’ingegnaccio di cui era dotato, le
straordinarie e indiscutibili qualità militari, nonché le eccezionali doti di intuizione
tattico-strategica da lui dimostrate nel corso delle campagne condotte in America
latina, in Italia e in Francia (basti ricordare soltanto la magistrale conduzione della
battaglia del Volturno, che si concluse con l’annientamento dell’esercito borbonico).
Per concludere sulla questione di Garibaldi, mi sia consentito, infine, segnalare,
oltre al libro relativamente recente di Isnenghi, un saggio assai pregevole di Franco
Venturi, “L’Italia fuori d’Italia”, che risale al 1973 ed è ospitato nel III volume
della «Storia d’Italia Einaudi»: saggio che è una caleidoscopica ricostruzione
di eventi e protagonisti del Risorgimento italiano còlti attraverso lo sguardo di
osservatori stranieri, da Sismondi a Quinet, da Metternich a Napoleone III, da
Proudhon ad Alessandro Herzen. Il lettore curioso che aprirà queste pagine avrà
modo, fra le altre cose, di scoprire che l’eco della spedizione dei Mille raggiunse
quasi immediatamente la Russia, alla vigilia dell’emancipazione dei servi
(1861): «Nel governatorato di Vitebsk», scrive Franco Venturi, «c’erano contadini

pronti a sostenere: “Lo zar, forse, ci darà la libertà,… ma di sicuro ce la darà colui
che è lontano tremila verste, con la camicia rossa e la barba”».

Eros Barone

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